OldBlog — 3º trimestre 2005

Nuova Tessera Sanitaria

venerdì 30 settembre 2005, 23:45


Signori ... abituatevia questa cosa ... perche' e' la nuova tessera sanitaria ... in realta' un grand efratello che dira' allo stato in tempo reale quanto gli costiamo sul versante del fisco.

infatti se andate sul sito ( http://www.sistemats.it/ ) vi renderete conto che e' un secondo livello del sito del ministero delle FINANZE!!

LOL ... speriamo almeno che funzioni ... e non che vai in H e c'hanno i lettori rotti o gli operatori sanitrai non hanno ancora fatto il corso di formazione (e capirai che ci vuole per usare una carta magnetica ed un terminale!) ...

Non contenti di questo ... il ministero ha deciso anche di dotare il SSN di un nuovo tipo di ricetta (che in realta' dovrebbe esser in funzione dal 01/01/05!)

Entrambe le cose dovrebbero essere altamente telematizzate ... in un Paese in cui l'e-governement e la tecnologia della PA sono semplicemente appannaggio di una percentuale ad una cifra unica!

Che chi di dovere ce la mandi buona ... nella ulteriore speranza che almeno usino sw sicuri ... non oso immaginare che siano OpenSocurce (il che sarebbe l'ideale!)

SIGNORI ... NON BUTTATE ANCORA LE VOSTRE TESSERE CARTECEE ,,, PERCHE' NON SO IL MOTIVO MA SENTO CHE LE USEREMO ANCORA PER MOLTO TEMPO!

per maggiori info:
http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/tessera_sanitaria/
http://www.sistemats.it/

Cari libri: non ci prendiamo per il culo

venerdì 30 settembre 2005, 23:36
E' da un po' che e' in atto l'annuale protesta per il caro libri (in realta' un po' piu' sottotono quest'anno!)

E siamo daccordo che i libri costano una cifra (uno che fa ing o legge si impressiona quando un suo libro costa 50 euro .. io la devo avere buona perche' mi costi 90!)
E siamo daccordo che lo Stato dovrebbe garantire l'accesso a tutti ai libri
E siamo daccordo che 600 euro per i libri del lieco sono davvero eccessivi (mica come me che avevo una viglia matta di fotocopiarli ... peccato che mamma me l'ha sempre impedito!)
E siamo daccordo anche sul fatto che ci siano un sacco di lobby sotto ...

MA POI PÈR COMPARE I LIBRI NON SI SONO I SOLDI ... PERO' PER COMPARE L'ASTUCCIO ED IL DIARIO DI CAZZIMBOCCHIO DI TURNO CE LI ABBIAMO I 50 EURO!
VERGOGNA!!!

perche' lo stato non ci mette anche il set a prezzi politici ... perche' i ragazzini di oggi sono cosi' imbecilli che devono avere tutto di marca ... anche le penne ... le classiche bic non vanno piu'?
cazzo ... io ho ancora un paio di penne rosse di quando andavo al liceo ... :)

mitiche !

chiedo venia di nuovo per l'assenza

venerdì 30 settembre 2005, 23:18
Mi perdonerete (tanto non e' che ve ne frega poi molto! ) per la mia assenza ... prometto che appena finisco questa sessione riprendero' ...

nel frattempo ... buone cose a tutti!

Ciao Sara

venerdì 30 settembre 2005, 23:12
Eh ... dopo un anno la Francia ha "rapito" un'altra mia carissima ... saretta bella! :(

L'anno scorso, sul mio primo blog ( http://www.bloggers.it/Shandy ) salutavo mia sorella che partiva per un anno ... :(
e' tornatra lei ed e' partita sara ... :(

spero che tu riesca ad imparare quante piu' cose e'possibile ... e non ti preoccupare ... ti divertirai ... lo so gia'!

VIOLENZA SESSUALE: CHIESTO GIUDIZIO PER ANESTESISTA MILANESE

martedì 13 settembre 2005, 12:40
VIOLENZA SESSUALE: CHIESTO GIUDIZIO PER ANESTESISTA MILANESE
(AGI) - Milano, 12 set. - Il Pm Fabio Roia ha chiesto il rinvio a giudizio per un medico anestesista di un ospedale milanese con l'ipotesi di reato di violenza sessuale. I fatti risalirebbero all'estate scorsa quando, secondo l'accusa, il camice bianco avrebbe approfittato di tre pazienti in "condizioni di inferiorita' psichica e fisica" in quanto sottoposte ad anestesia locale, e avrebbe esercitato su di esse atti di violenza sessuale. Nella richiesta di rinvio a giudizio, il Pm ha disposto anche per il medico la misura dell'obbligo di dimora e ha altresi' chiesto il processo per il direttore sanitario della clinica che, pur conoscendo i fatti, non li avrebbe denunciati rendendosi cosi' colpevole di omissione d'atti d'ufficio. (AGI) Cli/Msc
121432 SET 05 COPYRIGHTS 2002-2005 AGI S.p.A.

ANTARTIDE: UNITI IN UNA RETE I MEDICI DELLE BASI ANTARTICHE

martedì 13 settembre 2005, 12:32

E' bello .. mi hanno sempre affascinato le basi di ricerca antartiche!
Ricordo con un documentario in cui si parlava di queste basi ... dello spirito collaborativo che c'e' in quei luoghi  cosi' ostili. Ricordo un caso incui dei medici di una base italiana si dovettero fare 2000 km in aereo per andare a fare un'intervento in una base USA in quanto, anche non essendo specializzati nella branca che occorreva per quella particolare situazione, avevano le capacita' e le conoscenze per farla in virtu' della minore parcellizzazione della formazione che da la laurea italiana in confronto di quella staunitense ... non so perche' mi ha colpito ... parliamo di anni fa ... boh!

In ogni caso e' una cosa che mi piacerebbe fare! 

BRASIMONE - Un ambiente imprevedibile nel quale il vento può all'improvviso cancellare ogni punto di riferimento, temperature bassissime, isolamento, i pericoli in agguato nel ghiaccio: l'ambiente estremo dell'Antartide richiede medici pronti a vivere nell'emergenza. Sono una quindicina, al momento, i medici che aderiscono alla rete dei medici antartici, chiamata Medinet e nata lo scorso anno a Brema.

Lavorano nelle principali basi che dalla seconda guerra mondiale in poi sono state create in Antartide da diversi Paesi e adesso il loro obiettivo è mettere a punto standard di riferimento validi ovunque nel continente di ghiaccio, nel quale spesso i ricercatori si spostano in basi di Paesi diversi. "Si tratta ad esempio di uniformare lo schema per la selezione medica e pscologica del personale delle spedizioni" ha detto il responsabile della medicina per il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), Fabio Catalano, che è tra i promotori della rete internazionale per la medicina antartica. "Un passo in avanti in questa direzione - ha aggiunto - è stato fatto nell'incontro del luglio scorso a Sofia, e adesso ognuno mette in rete infrastrutture sanitarie per uniformarsi e dare supporto ai medici della spedizione. L'obiettivo finale, ha detto ancora, è mettere a punto un protocollo che stabilisca standard comuni in termini di attrezzature, selezione e linee guida".

Nel frattempo è nata in Italia una società che riunisce i medici che lavorano in ambienti estremi, dall'alta montagna alle piattaforme petrolifere. Si chiama Società Italiana per la medicina in ambienti estremi (Iseem), è stata fondata dallo stesso Catalano e raccoglie 30 soci. "Non è una medicina diversa da quella classica, ma una modo diverso di trattare una patologia. Il medico che lavora in ambienti estremi è una figura simile al medico condotto del passato", ha osservato Catalano. 'E' anche un modo, ha aggiunto, per raccogliere la sfida che il padre del Programma Antertide, Mario Zucchelli, lanciò ai medici tanti anni fa, invitandoli a mettersi in prima linea.

Una sfida che i medici italiani che scelgono di lavorare per un perido nella basi antartiche continuano a raccogliere, anche se non sempre farlo è semplice. "In passato - ha detto Catalano - il minisero della Salute aveva invitato i gli assessori regionali alla Sanità a formare personale medico per le spedizioni antartiche, ma le esigenze dell'assistenza sanitaria dei singoli ospedali italiani purtroppo non rendono sempre disponibile i medici". Ma anche nonostante le difficoltà, ogni anno si prepara a partire un piccolo gruppo di medici (meno di una decina che ruotano nei tre periodi di ciascuna spedizione).

"E' sicuamente un'esperienza eccezionale dal puto di vista umano, ed emozionante", ha detto Angelo Forti, chirurgo generale dell'ospedale San Paolo di Civitavecchia, che nel centro ENEA del Brasimone e poi sul Monte Bianco sta seguendo il corso di addestramento per partecipare alla prossima spedicione come medico presso la base "Mario Zucchelli" a Baia Terra Nova. "Mi piace fare il mio lavoro e mi piace farlo in situazioni difficili", ha detto Forti, che ha lavorato recentemente anche in Iraq.Con lui lavorerà un anestesista. "Saremo un'equipe in grado di affrontare emergenze relativamente importanti e potremo garantire un servizio in una situazione in cui non esistono alternative. Sono consapevole della responsabilità che vado ad affrontare".   © Copyright ANSA Tutti i diritti riservati 07/09/2005 15:00

Medico in ritardo? Commette reato

mercoledì 07 settembre 2005, 19:30

Il medico di guardia che, avvisato con urgenza per le condizioni di un paziente, si trovi ad essere in ritardo, potrebbe commettere un reato. La Cassazione ha stabilito che questo caso può essere equiparabile al rifiuto di compiere un atto d'ufficio, punito dal codice penale. Per il dottore è confermato il compito di valutare la necessità di visitare il paziente, ma questa discrezionalità può essere sindacata dai magistrati.

Quante volte è capitato di chiamare il 118, la guardia medica, e dover aspettare un tempo a dir poco eccessivo rispetto a ciò che ci si aspettava? Da oggi quel ritardo può essere considerato un reato punito dal codice penale. E' stata la sesta sezione penale della Cassazione a stabilirlo, confermando la condanna a sei mesi di reclusione, e altrettanti di interdizione ai pubblici servizi, emessa in appello dai giudici di Brescia nei confronti di Claudio M., medico di guardia all'ospedale bresciano di Pieve di Coriano che tardò quasi un'ora a visitare un anziano paziente. La pena era stata poi sospesa dalla condizionale riconoscendo al medico le generiche prevalenti su una contestata recidiva.

Secondo i giudici della Suprema Corte il medico in servizio di guardia è tenuto a effettuare al più presto tutti gli interventi che gli vengono richiesti. E fatta salva la sua possibilità di valutare l'emergenza o meno dell'intervento in base al quadro clinico fornitogli, questa discrezionalità può essere sindacata dai magistrati chiamati, dal canto loro, a esaminare le prove che vengono portate fino in giudizio.

fonte: TGcom.it 

Vacanbze truffate? va va a ....

mercoledì 07 settembre 2005, 18:45

Oggi facenbdo zapping su studioAperto ho sentito che alcuni si sentivano truffati dalle agenzie di viaggio ed ha intervistato una bella ragazza che si lamentava della sua permanenza a Capo Verde!

MA che fenomeni queste persone! Magari vedono le foto nelle agenzie e credono che sia cosi'! Prendiamo ad esempio questa ragazza sulla trentina che e' andata a Capo Verde. Sa com'e' la situazione li? In Africa? C'e' gente che muore ogni giorno di fame .. .di malattie e di stenti ... e lei s'e' lamentata che si mangiava male!

AHOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
Ma non facciamo sempre i soliti occidentali del cazzo ... un po' di rispetto per la sofferenza ... scusali sa, se non si sono spaccati il culo per farti trovare gli altissimi standard che potevi trovare nell'Hilton di NYC ... !!!

 Se vuoi viaggare almeno abbia rispetto .. VIAGGAIRE SIGNIFICA ADATTARSI ... CERCARE DI CAPIRE QUELLO CHE E' LO SPIRITO DEL POSTO ... E NON PORTARE IL PROPRIO MODO DI VEDERE LE COSE E ADATTARLO PER FORZA ALLE POPOLAZIONI, ALLE CULTURE ED AI POSTI CHE SI VISUTANO ... PERCHE' SENNO' CHE CAVOLO CI VAI A FARE??!!!

Gli architetti: invasi da progetti stranieri

mercoledì 07 settembre 2005, 11:42
Paura di confrontarsi ... e di crescere ... queste sono le scuole di architettura italiane (ovviamnet tranne poche lodevoli eccezioni!) ... paura di sperimentare ... di non piacere alle gente ... fermi nel loro assurdo immobiulismo in una societa' che non ha piu' pause ...
l'Italia che era un posto pieno di grandiose opere d'architettura e' diventaro il fanalino di coda ... per due semlici ragioni: committenze e tecnichi non osdano ... E L'ARCHITETTURA E0 ANCHE OSARE ... SPERIMENTARE ... SBAGLIARE ED ESSERE CRITICATI! ...
Prendete ad esempio la Francia e la Germaznia ... e capirete cosi'e' l'Architettura (e la lettre maiuscole, voi sapete che non le uso a caso!) ... crescete, girate il mondo in maniera prolifera ... non siate campanilistici ed attaccati al passata !!!!
giacche' il passata e' appunto questo: PASSATO ... e la vita si gioca anche sul FUTURO!
Un tempo, con Palladio, l’Italia esportava la propria architettura in tutto il mondo senza importarne alcuna. Il suo trattato, «I Quattro libri dell’Architettura» (1570), fu il primo bestseller del genere e diventò una «Bibbia» da seguire per tutti i costruttori anglosassoni; tanto che il palladianesimo è ancora diffuso a Beverly Hills. Oggi, le maggiori commesse del Belpaese stanno invece andando a «archistar» internazionali. Proprio ieri, la Giunta di Milano ha approvato il Programma per la riqualificazione della Fiera di Daniel Libeskind, Zaha Hadid e Arata Isozaki, un progetto che la Fondazione Fiera esporrà a fine settembre a Buenos Aires come «simbolo» della nuova Italia. Poi ci sono i progetti contestati: pensilina degli Uffizi di Isozaki, nuova Ara Pacis di Richard Meier e ponte di Venezia di Santiago Calatrava. Quindi il Museo di Roma della Hadid e, a Milano, Santa Giulia di Norman Foster, la Città della Moda di Cesar Pelli e il Palazzo della Regione di I.M.Pei.

Di fronte a tanta «invasione straniera», al «pericolo» di un «meticciato architettonico» è l’ora di una levata di scudi in difesa del «patrio suol»? Parrebbe di sì, poiché- dopo anni in cui ci si è lamentati dell’assenza di architetti stranieri - l’attuale situazione ha indotto un gruppo di prestigiose firme di casa nostra a scendere in campo in difesa della «irrinunciabile risorsa culturale italiana, che non può essere ulteriormente vanificata e ignorata». Tra i primi firmatari di questo appello - inviato ai presidenti della Repubblica, del Consiglio, di Camera e Senato - figurano Vittorio Gregotti, Guido Canella, Antonio Monestiroli, Franco Purini, Aimaro Isola, Ettore Sottsass, Cesare Stevan e Paolo Portoghesi.

Il quale, a dire il vero, nel 1980 organizzò una Biennale Postmodern che rompeva stilisticamente proprio con quella tradizione dei Terragni, Libera e Ridolfi che ora si vuol difendere. L’«Appello per lo sviluppo in Italia della nuova architettura», parla di situazione «drammatica» e individua come una delle cause il ricorso agli stranieri che, a differenza degli italiani, hanno potuto realizzare «grandi opere di interesse sociale» nei loro Paesi, mettendosi in buona luce. Al contrario l’Italia ha accumulato ritardi privando i nostri architetti di analoghe «occasioni di lavoro».

L’appello ritiene maggiormente responsabili di questo «stato dell’arte» - che non considera il fatto che gli stranieri sono stati vincitori di concorso e che agli italiani non era vietato costruire all’estero - le sovrintendenze. Per questo l’appello chiede di «mettere fine al diritto di veto» dei sovrintendenti «per limitarne il potere totalmente autonomo… che ha privato l’Italia di molte opere significative rimaste sulla carta» (ma anche salvato centri storici, no?) per affidarlo a una commissione più pluralista da insediarsi al ministero presso il Darc, la Direzione architettura. In questo modo si sostituirebbe il controllo periferico sul territorio «totalmente autonomo» delle sovrintendenze (una forma di federalismo) con un centralismo pluralistico. Per l’architetto italo-svizzero Mario Botta, l’appello è condivisibile. «Rafforzare la Direzione Architettura sarebbe un passo avanti. Credo ci sia un po’ di risentimento legittimo da parte degli italiani perché chi viene da fuori ha un portfolio ampio; basta che ciò non si trasformi sciovinismo».

Botta condivide anche la critica alle sovrintendenze: «Il loro strapotere va limitato, perché intervenire con un veto quando si vuole è un lusso che nessun Paese può permettersi. La figura del sovrintendente è un po’ arcaica, borbonica, va riformata se crediamo che il progetto sia ciò che trasforma la città». Dante O. Benini, progettista della cosiddetta nuova Torre di Pisa, è «d’accordo sui cinquant’anni di immobilismo del nostro Paese» ma non condivide l’idea che gli italiani siano discriminati: «Vince chi presenta la miglior opera. Per la chiesa del nuovo millennio, in finale c’erano cinque ebrei: che vuol dire? Dovevano essere cattolici? Io sto lavorando a Istanbul e non sono musulmano!». Sulle sovrintendenze condivide la critica: «Ricordiamoci che vietarono un progetto di Frank Lloyd Wright. Lo snellimento dell’apparato burocratico è indispensabile. Il diritto di veto a posteriori è un anacronismo: la soprintendenza faccia parte delle commissioni di approvazione».
Pierluigi Panza
07 settembre 2005

fonte; Corrierei.it

La Moratti si d�i voti "E' una scuola da dieci e lode"

mercoledì 07 settembre 2005, 11:38

10 e lode? ma in che? nel formare gente che e' convinta di sapere ma che, in fondo, non sa molto di piu' di quello che sapeva quando e' entrata?

e, ditemi, a che serve una scuola cosi?

 

 

ROMA - La Moratti si promuove. A pochi giorni dall'inizio della scuola, il ministro dell'Istruzione si interroga sul lavoro svolto: "In quattro anni, ho assunto 116.500 insegnanti e 13.500 bidelli; ho ridotto del 50% il precariato; aumentato di quasi 1.500 posti la disponibilità nella scuola dell'infanzia e attivato 2.300 corsi per la formazione superiore". Non si dà neppure un'insufficienza il ministro: tutti 10 e lode. E anche sulla riforma ancora bloccata nelle scuole superiori spande ottimismo, mentre proseguono le proteste delle Regioni: "Il 15 settembre ci sarà il parere della Conferenza Stato-Regioni, il 17 ottobre il decreto andrà in Consiglio dei ministri".
Ma dall'opposizione e dai sindacati si sollevano un coro di critiche: "Altro che promozione: Moratti merita un quattro". Dà i voti anche Maria Chiara Acciarini, capogruppo Ds nella commissione Istruzione: "Ogni promessa è rimasta sulla carta. Le uniche realtà sono i tagli delle risorse, la diminuzione dei professori e il taglio delle classi a tempo pieno". E la Cgil aggiunge: "Solo toni propagandistici", dice Panini della Flc.

Davanti ad una platea di giornalisti, Letizia Moratti ha presentato l'Anno scolatico 2005-2006 orgogliosa dei risultati raggiunti. In trenta pagine fitte di statistiche e grafici, il ministro ha elencato obiettivi prestigiosi, a cominciare dalle tre "i" di berlusconiana memoria: internet, inglese, impresa. "I laboratori di informatica sono aumentati del 35% negli ultimi quattro anni; sono aumentati anche i bambini che studiano l'inglese: un milione di unità in più". E l'impresa? Anche a quella ha pensato la Moratti: quest'anno, grazie all'efficienza del suo ufficio, il ministero ha già assegnato tutte le supplenze. "I titoli dei giornali di quattro anni fa, quando i giornalisti scrivevano Valzer dei professori o Balletto delle cattedre, saranno solo brutti ricordi. I professori sulle cattedre ci saranno tutti: parola di ministro".


Lungo l'elenco dei meriti che snocciola il ministro: innalzamento dell'obbligo formativo a 18 anni; riduzione dell'abbandono al 20% contro il 18 mediamente registrato in Europa; 30 mila bambini in più nelle scuole dell'infanzia; 130 mila assunzioni; 10 milioni di euro presto distributi per istituire 20 centri di aggregazione dei giovani nelle aree metropolitane.

"Ci sono tutte le premesse per una scuola più moderna". Ma ministro, le hanno chiesto, i libri di testo non costano troppo? "Le polemiche di questi gironi sono ingiustificate. I libri sono gratuiti alle elementari, mentre c'è un contributo da parte del ministero per la scuola media con un tetto che abbiamo tenuto fermo per tre anni dal 2002. Senza neppure tenere conto dell'inflazione". Sarà, ma a giudicare dalle proteste delle associazioni dei consumatori, i genitori non se ne sono accorti.
 

fonte; Repubblica.it

Le università si promuovono "I nostri spot attirano le matricol

mercoledì 07 settembre 2005, 11:30

Che tristezza ... ci siamo ridotti a considerare la cultura (ma poi quale cultura ci puo' dare una universita' cosi'? al max nozioni .. ma non piu' cultura .. qualla se la vuoi te la fai da solo!) con un bene di consumo ... e che i ragazzi, la futura classe dirigente, sceglie tutto in base aklla pubblicita' e a quanto e' BELLA (da intendersiin senso estetico) la struttura universitaria ..

che popolo di imbecilli stiamo diventando ... la conoscenza si avvia ad esser merce rara e di scambio ...

 ah! tra 10/15 anni chi piu' sapra' piu' comandera' .. che tristezza! :(

 

 

 

ROMA - Pagine sui giornali, spot radio, banner su internet, manifesti sui muri e sugli autobus delle città. Le campagne pubblicitarie lanciate dagli atenei italiani con lo scopo di "farsi notare" dalle potenziali matricole sono ormai una consuetudine in questo periodo dell'anno. Il problema, a sei anni dalla riforma Berlinguer che ha introdotto il sistema "3+2" facendo proliferare il numero di lauree triennali e quello degli iscritti, è capire quale sia il modo giusto per far conoscere al pubblico la propria offerta formativa.

Le alternative. Pubblicità persuasiva, basata su slogan che aiutino a ricordare il "brand" dell'ateneo, oppure campagne informative, con un grado maggiore di serietà e completezza (quindi in qualche modo "fuori mercato" rispetto alle regole del marketing): gli esperti che gestiscono la comunicazione accademica sono equamente divisi in queste due scuole di pensiero. Così, gli atenei che nel proprio spazio pubblicitario si limitano a informare sul numero di corsi di laurea attivi, si contrappongono a quelli che di questo dato fanno volentieri a meno, purché ci si ricordi che la facoltà in questione è "ricca di fosforo e povera di tedio".

La strategia/1. "Ognuno - spiega Roberto Piovan, responsabile comunicazione dell'università di Firenze - ha bisogno di essere presente e di mostrarsi nel proprio territorio, io cerco di farlo dando una visibilità inedita al mio ateneo". Cosa si intende con "visibilità inedita"? Se lo ricorderà chi ha seguito in tv le olimpiadi di Atene lo scorso anno, sponsorizzate sulla Rai anche dall'ateneo fiorentino. "E' necessario - continua Piovan, manager che viene proprio dal mondo della pubblicità - che la campagna sia persuasiva, l'obiettivo non è "vendere" ma ottenere visibilità, perché chi non comunica non esiste e perché la riforma ha avvicinato le università al loro territorio". Da qui nascono slogan come "L'università che costruisce il tuo futuro. Oggi", che Piovan definisce "un patto con lo studente, non una trovata commerciale".


La strategia/2. "L'obiettivo non è avere più matricole, ma avere le migliori" sottolinea Michela Dalla Vite, del dipartimento di comunicazione dell'università di Bologna: "Gli investimenti in advertising avvengono quasi esclusivamente in prodotti formativi (soprattutto master e post lauream), I mezzi sono quotidiani nazionali, locali e portali strategici sul web. La pubblicità è comunque sporadica".

Gli effetti. Queste campagne si propongono di allargare il territorio di competenza dell'ateneo: "I bacini attuali - spiega Alberto Greco, portavoce dell'università di Modena e Reggio Emilia - sono troppo stretti perché l'ateneo possa reggersi. Fino a trent'anni fa l'università poteva vivere con l'utenza del territorio, oggi non più. Negli ultimi cinque anni i nostri studenti provenienti da fuori regione sono passati dal 18 al 30 per cento, questo per effetto delle campagne promozionali sui mezzi nazionali, che hanno sempre tenuto un profilo rigorosamente culturale".

I nuovi media. A parte il caso tuttora unico dello spot televisivo dell'università di Firenze, la strategia degli atenei si articola generalmente su più mezzi. La versione "classica", che è tuttora un evergreen, sono le inserzioni sulle pagine dei giornali locali, per avvicinare le famiglie "e perché- spiega Debora Ferro, università Ca' Foscari di Venezia - l'istituzione universitaria deve essere presente sulla stampa locale per motivi di convenienza". La novità degli ultimi anni è internet, per avvicinare direttamente gli utenti giovani e indirizzarli direttamente al proprio portale on line. C'è anche chi punta tutto sull'on line: "L'unico medium utilizzato in chiave nazionale - afferma Anna Gorini, ufficio stampa dell'università di Siena - è internet, tramite articoli, redazionali e banner che promuovono il numero verde con cui contattare l'ateneo".

Il budget. Ma quanto si spende per l'autopromozione? L'autonomia delle università rende questo dato sensibilmente diverso tra un ateneo e l'altro, ma la tendenza confermata da tutti è che proprio l'effetto-riforma ha portato un sensibile aumento degli investimenti. Un esempio: l'università di Camerino è passata da 40 milioni di lire nel 1995 a 160mila euro (320 milioni di lire) quest'anno, con un'incidenza sul bilancio che è schizzata dallo 0,07 per cento allo 0,33 per cento.

Le "rinunce". Risparmiare dove si può, purché si faccia una campagna pubblicitaria ben articolata. E a volte il "risparmio" va proprio a discapito del modo più tradizionale di proporsi, come ha scelto di fare l'università di Modena: "Da cinque anni a questa parte - rivela Alberto Greco - abbiamo abolito la partecipazione ai saloni di orientamento. E' una spesa inutile, una perdita di tempo e un dispendio di energie. Se ne organizzano troppi e non portano matricole". Insomma, meglio i mass media piuttosto che il giro d'Italia a tu per tu con gli studenti.

(6 settembre 2005)

fonte: Repubblica.it 

Waiting for a Leader

giovedì 01 settembre 2005, 22:24

George W. Bush gave one of the worst speeches of his life yesterday, especially given the level of national distress and the need for words of consolation and wisdom. In what seems to be a ritual in this administration, the president appeared a day later than he was needed. He then read an address of a quality more appropriate for an Arbor Day celebration: a long laundry list of pounds of ice, generators and blankets delivered to the stricken Gulf Coast. He advised the public that anybody who wanted to help should send cash, grinned, and promised that everything would work out in the end.

We will, of course, endure, and the city of New Orleans must come back. But looking at the pictures on television yesterday of a place abandoned to the forces of flood, fire and looting, it was hard not to wonder exactly how that is going to come to pass. Right now, hundreds of thousands of American refugees need our national concern and care. Thousands of people still need to be rescued from imminent peril. Public health threats must be controlled in New Orleans and throughout southern Mississippi. Drivers must be given confidence that gasoline will be available, and profiteering must be brought under control at a moment when television has been showing long lines at some pumps and spot prices approaching $4 a gallon have been reported.

Sacrifices may be necessary to make sure that all these things happen in an orderly, efficient way. But this administration has never been one to counsel sacrifice. And nothing about the president's demeanor yesterday - which seemed casual to the point of carelessness - suggested that he understood the depth of the current crisis.

While our attention must now be on the Gulf Coast's most immediate needs, the nation will soon ask why New Orleans's levees remained so inadequate. Publications from the local newspaper to National Geographic have fulminated about the bad state of flood protection in this beloved city, which is below sea level. Why were developers permitted to destroy wetlands and barrier islands that could have held back the hurricane's surge? Why was Congress, before it wandered off to vacation, engaged in slashing the budget for correcting some of the gaping holes in the area's flood protection?

It would be some comfort to think that, as Mr. Bush cheerily announced, America "will be a stronger place" for enduring this crisis. Complacency will no longer suffice, especially if experts are right in warning that global warming may increase the intensity of future hurricanes. But since this administration won't acknowledge that global warming exists, the chances of leadership seem minimal.

fonte: The New York Times.com September 1, 2005

 

Forti critiche del NYT

giovedì 01 settembre 2005, 22:22
Il presidente Bush sorvola le zone colpite dall'uragano Katrina (Reuters)
WASHINGTON - Prima ha sorvolato la zona. Poi il presidente americano ha parlato alla nazione. George W. Bush giudica l'uragano Katrina «uno dei peggiori disastri naturali nella storia» degli Stati Uniti. «Ci vorrano anni» per riparare i danni ha aggiunto dopo avere presieduto alla Casa Bianca una riunione del comitato d'emergenza allargata a tutto il suo gabinetto.

Bush ha illustrato le prime misure prese a livello federale riassunte in tre punti: salvare la vita alle persone ancora in pericolo; garantire la sopravvivenza degli scampati e compiere uno sforzo di ricostruzione globale. Il presidente ha fatto appello alla generosità americana: «Abbiamo davanti una strada difficile», ha detto, esprimendo, però, la fiducia che gli ostacoli saranno sormontati.
Il New York Times prende chiaramente posizione contro le dichiarazioni di Bush. Secondo il giornale sull'uragano Katrina «George Bush ha tenuto uno dei peggiori discorsi della sua carriera» e, in quello che «appare un rituale della sua amministrazione, è arrivato un giorno in ritardo». Scrive così il NYT in duro editoriale dal titolo «Aspettando un leader». In un discorso che sarebbe stato più adatto «ad una celebrazione della festa degli alberi», Bush si è limitato ad una sorta di «lista della spesa» del ghiaccio, i generatori e le coperte inviati nelle zone devastate, incalza il quotidiano. Il NYT non si accontenta e aggiunge «nulla nel contegno del presidente- apparso noncurante sino alla negligenza- suggerisce che abbia capito la profondità della crisi»
Dal canto suo il Presidente annuncia di impegnarsi nell'organizzazione dei soccorsi a New Orleans devastata dall'uragano Katrina e promette «la più grande operazione di soccorso» mai operata negli Stati Uniti. In un'intervista alla ABC durante il programma «Good Morning America», tranquillizza e chiarisce alla popolazione che «tolleranza zero» sarà riservata a coloro che intendono sfruttare il disastro per violare la legge commettendo saccheggi, gonfiando i prezzi, cercando di frodare le assicurazioni.
01 settembre 2005


fonte: Corriere.it

New Orleans, dalla disperazione alla violenza Sospesi i soccorsi

giovedì 01 settembre 2005, 22:12

 Cosi' ... d'istino mi verrebbe davvero di mettere la legge marziale .. ma poi penso che e' una grossa responsabilita' per una democrazia cosi' avanzata come gli USA ... davvero ... e poi noi leggiamo le cose attraverso i media ... penso che sono situazioni troppo estreme per poter giudicare comodamente seduti a casa nostra, all'asciutto!!

HO appena sentrito alla Radio che letta vuole mandate degli uomini della PC ... a me piacerebbe moltisismo partire .. ma sono sicuro che mia madre mi falcerebbe perche' a settembre ho da fare esami importanti ... peccato!

Certo e' che fa impessione sentire che l'Europa dara' aiuti agli USA ... i ruoli della storia si sono capovolti? 

 

 

Migliaia di persone in coda per salire sui bus nella zona del Superdome (Ap)

NEW ORLEANS - New Orleans, o meglio, cio che ne resta è una città abbandonata a se stessa. La disperazione lascia il posto alla violenza e alla sopraffazione. Dai saccheggi delle prime ore, si è passati alle sparatorie e a una situazione fuori controllo per i sopravvissuti che cercano di lasciare la città in qualsiasi modo, anche con la sopraffazione. In una città fantasma, abbandonata da gran parte della sua popolazione, chi è rimasto si trova ad affrontare una condizione da «day after» dove l'assenza di autorità porta all'affermarsi della legge del più forte, spesso imposta con la minaccia delle armi. Un livello di rischio alto, tanto che la Fema (Federal Emergency Management Agency, la Protezione civile federale americana) ha annunciato di aver sospeso i soccorsi alla popolazione di New Orleans giudicando «troppo pericolosa» per i suoi operatori la situazione nella città della Louisiana. La decisione è stata presa dopo una serie di incidenti avvenuti mentre i soccorritori stavano salvando con imbarcazioni le vittime isolate: si sono verificati atti di violenza sulla priorità nel salire sulle barche. La ricerca di un mezzo di fuga e di salvezza

 

 

 

 

Elicotteri sul Superdome di New Orleans (Afp)
LE VIOLENZE - La ricerca di un mezzo di fuga e di salvezza è la priorità di migliaia di persone. Il clima di illegalità è tale che si è propagato fino al Superdome dove dalla notte di mercoledì era iniziato lo sgombero degli sfollati. Alcuni colpi d'arma da fuoco sono stati sparati contro un elicottero della Guardia Nazionale che partecipava alle operazioni di trasferimento degli sfollati verso il Texas. Qui si erano rifugiate 23 mila persone. Quando si è diffusa del trasferimento degli sfollati, all'esterno dello stadio si è radunata una folla di senzatetto, persone stremate da giorni di incertezza e condizioni di vita precarie, in molti armati, tutti ansiosi di esser portati via. Migliaia di persone accorrevano allo stadio, dalle case, dai vicini alberghi, sperando di salire sugli autobus che avrebbero portato via gli sfollati. Si calcola che siano tra 50 e 60 mila le persone in attesa di andarsene. Situazione drammatica anche al Convention Center, dove hanno trovato rifugio migliaia di persone cheora vivono in condizioni igieniche spaventose. Secondo la Cnn sarebbero decine i cadaveri, e il reporter sostiene di aver visto un bambino morirgli davanti agli occhi. Ma gli abitanti della città stanno reagendo con crescente rabbia e frustrazione al ritardo con cui sono prestati i soccorsi. C'è una lotta contro il tempo: la ricerca sempre più drammatica dei sopravvissuti e la distribuzione dei soccorsi. Sono centinaia, forse migliaia i cadaveri da raccogliere nell'acqua melmosa. Dall'altro la città deve fronteggiare i saccheggi che si sono trasformati in una catena di violenze organizzate, al punto che gli sciacalli non hanno più paura della polizia e della guardia nazionale che affrontano con in pugno pistole e fucili rubati nelle armerie dei grandi centri commerciali o negli ipermercati come il Wal-Mart saccheggiato martedì. Episodi di violenza sono segnalati sempre più vicino a aree densamente popolate, hotel, ospedali, case di riposo. Uno sciacallo sorpreso da un agente non ha esitato a sparare e ha ferito il poliziotto.

IL PRESIDENTE - Bush, in un discorso tv, ha promesso tolleranza zero contro i saccheggiatori. Ma le forze a disposizione sono scarse: la Guardia Nazionale ha molti uomini impegnati in Iraq. Bush ha parlato di un disastro che avrà bisogno di anni per essere superato: «Uno degli eventi naturali peggiori della nostra storia». Il discorso è stato fortemente criticato dal New York Times che ha titolato «Aspettando un vero leader». Il presidente Usa farà visita venerdì nelle zone disastrate. Il governatore della Louisiana, Kathleen Blanco, ha annunciato di aver chiesto l'intervento «di non meno 40 mila soldati» di qualsiasi arma per ripristinare l'ordine a New Orleans.

Controlli sull'Interstate 10 che conduce al Superdome di new Orleans (Afp)
LA POLIZIA: «MANCA COORDINAMENTO» - «Il problema più grave è la comunicazione» ha detto Henri Whitehorn, capo della polizia dello stato della Louisiana, «non riusciamo a coordinare bene i nostri agenti sul campo: l'inondazione ha spazzato via il nostro sistema di comunicazione e se anche prendessimo i saccheggiatori, non ci sarebbero prigioni agibili in cui rinchiuderli». Secondo fonti della polizia citate dal sito della Cnn, la stessa polizia non ha più benzina per le proprie auto e sta aspirando carburante dalle auto incustodite abbandonate nelle strade. In ogni caso le forze dell'ordine sono in difficoltà contro teppisti e bande anche perchè la priorità è soccorrere chi è ancora intrappolato negli edifici, circondato dall'acqua. Il sindaco di New Orleans, Ray Nagin, ha deciso di distogliere 500 agenti dai compiti di ricerca e soccorso dei sopravvissuti per mandarli a contrastare l'azione degli sciacalli, diminuendo però ulteriormente efficacia e rapidità dei soccorsi. Per aiutare le forze locali sono in arrivo 4 mila soldati mentre poliziotti stati fatti convergere da tutta la Louisiana, dall'Arkansas, dal Kentucky e persino dal Michigan.

APPELLO DEL SINDACO - Il sindaco di New Orleans ha lanciato un «disperato Sos» per aiuti immediati. Nagin, che mercoledì aveva parlato di «migliaia di morti» in città, ha detto che c'è immediata necessità di cibo e di autobus per aiutare chi è rimasto intrappolato.

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fonte: Corriere.it 01 settembre 2005

 

 

 

 

URAGANO KATRINA, STOP AGENZIA SOCCORSI: TROPPE VIOLENZE

giovedì 01 settembre 2005, 22:04
WASHINGTON - Solo il pungente odore distingue i cadaveri che marciscono al sole davanti al Convention Center di New Orleans, a due passi dal French Quarter, mescolati alle migliaia di persone disperate che da due giorni attendono un sorso d'acqua e un pugno di cibo da soccorritori che non si sono ancora materializzati. Il grido ritmato 'Aiuto, Aiuto!' si leva periodicamente dalla folla in attesa di un mezzo per essere trasportata lontano dall'inferno in terra che è diventata lacittà devastata dall'uragano Katrina.

"Non si trattano così neanche gli animali!", esclama il reverendo Issac Clark. Accanto a lui, sul marciapiede del Convention Center, anziani muoiono per mancanza di medicine e di liquidi e i genitori invocano latte per i bambini. Alle migliaia di morti causati dall'uragano si aggiungono ogni ora i morti causati dall'assenza di soccorsi. "Dove sono finiti i militari. Sono tutti in Iraq?", chiede una donna su una sedia a rotelle.

Tra la folla in attesa vi sono numerosi cadaveri che nessuno si sente in dovere di rimuovere. Alcuni corpi sono stati coperti con lenzuoli o stracci. Altri cadaveri sono in vista, a pochi metri dai bambini che giocano con squali di plastica o Barbie senza vestiti.

C'è un vuoto di potere nella città del jazz alle prese con la più grave sciagura naturale vissuta dall'America negli ultimi cento anni. Il sindaco Ray Nagin ha ordinato la evacuazione completa della città, dove sono rimasti ormai solo i poveracci, in gran parte afro-americani.

E' un vuoto di potere che ha portato la FEMA, l'agenzia governativa specializzata negli interventi d'emergenza, a sospendere i soccorsi: le imbarcazioni usate per trarre in salvo le persone isolate sui tetti delle case assediate dall'acqua sono state beesaglio di colpi d'arma da fuoco.

Il saccheggio dei negozi di New Orleans è continuato anche oggi indiscriminato nonostante l'ammonimento del presidente George W. Bush e delle autorità locali che vi sarà "tolleranza zero" nei confronti degli sciacalli. Ai saccheggi di viveri e bevande, inizialmente tollerati da una polizia alle prese con problemi ben maggiori, si sono rapidamente aggiunti quelli alle gioiellerie e ai negozi di articoli elettronici. Sono state svuotate anche le armerie dei grandi magazzini, come Wal-Mart, e pattuglie di vigilantes armati hanno cominciato a presidiare i quartieri della città dove l'anarchia è più diffusa.

Colpi d'arma da fuoco sono risuonati anche all'esterno del Superdome, il grande stadio coperto dove sono stati radunati da domenica oltre 25 mila sfollati. Colpi sono stati sparati contro gli elicotteri che cercavano di evacuare dallo stadio i malati più gravi mentre sono stati incendiati alcuni bidoni della spazzatura.

I rifugiati sono trasportati con centinaia di autobus in Texas, nell'Astrodome di Houston e nella città di San Antonio, perché le condizioni di vita al Superdome sono ormai impossibili, con bagni intasati, mancanza di aria condizionate, sporcizia ovunque.

Per ristabilire l'ordine è stato annunciato oggi da Washington l'invio a New Orleans di oltre diecimila truppe della Guardia Nazionale, che andranno ad aggiungersi alle ventimila già presenti nella città.

Il ristabilimento dell'ordine pubblico è diventato adesso una importante priorità per le autorità USA dopo il moltiplicarsi degli atti di violenza a New Orleans che hanno reso sempre più difficile l'opera dei soccorritori. Vi sono grandi preoccupazioni anche sotto il profilo della salute e delle epidemie. L'acqua contaminata con i depositi delle fogne ha invaso New Orleans recando parassiti intestinali che possono indurre reazioni di diarrea e vomito per chi ne viene a contatto. La difficoltà nel sostituire i liquidi del corpo così perduti con acqua potabile o altri fluidi (a causa della carenza di questi articoli) potrebbe scatenare problemi generali di pericolosa disidratazione: un problema quasi paradossale in una città invasa dall'acqua.

E' uno dei tanti paradossi vissuti da quella che fino a domenica era la città più allegra d'America e dove invece oggi la rabbia e la disperazione dominano chi è rimasto ancora intrappolato a New Orleans. Tra cadaveri mescolati ai vivi e tra superstiti che sembrano 'zombie' la linea di separazione tra vivi e morti è diventata sempre più esile nella città famosa per l'allegria dei suoi funerali e la bellezza dei suoi cimiteri.

A NEW ORLEANS LA MAGGIORE OPERAZIONE DI SOCCORSO NELLA STORIA USA
Umana, economica, ambientale: per gli Stati Uniti l'uragano Katrina è la catastrofe naturale più grave da un secolo in qua. E lo tsunami d'America avrà contraccolpi sull'economia mondiale peggiori dello tsunami d'Asia del 26 dicembre 2004, umanamente non confrontabile, con i suoi forse 200 mila morti.

A New Orleans, che resta inondata, senza acqua potabile, senza luce elettrica, la conta dei cadaveri non è ancora cominciata. Ma il sindaco Ray Nagin ripete la sua previsione che i morti siano "centinaia, più probabilmente migliaia".

E la senatrice della Louisiana Mary Landrieu insiste: "migliaia di persone sono decedute" nell'area devastata. Alle vittime della Louisiana, si sommano -a centinaia, dicono le autorità locali- quelle del Mississippi. Se le ipotesi saranno confermate, Katrina sarebbe il più letale disastro naturale nord-americano dal terremoto e dall'incendio di San Francisco, che nel 1906 uccisero almeno 6 mila persone; e sarebbe il più letale uragano dal 1900, quando si stima che 12 mila persone perirono a Galveston in Texas.

Giorno dopo giorno, ora dopo ora, la catastrofe assume dimensioni più tragiche. Nelle immagini degli sfollati e di quanti hanno perso tutto quanto avevano, l'America si scopre un volto e una fragilità da Terzo Mondo: quei neri in attesa di un soccorso sulle rampe delle autostrade di New Orleans, laceri, miseri, inermi, potrebbero essere profughi africani. Ci sono polemiche perché il disastro si poteva prevenire (ad esempio, rafforzando gli argini della città costruita sotto il livello del mare) e perché la reazione del presidente George W. Bush e della sua Amministrazione sarebbe stata lenta, fredda, inadeguata.

E' ormai chiaro che ci vorranno mesi per ripristinare, lungo la costa sul Golfo del Messico e a New Orleans, la normalità (acqua, luce, servizi, scuole, uffici) e anni per ricostruire: una botta per l'economia statunitense, e mondiale, paragonabile forse all'impatto degli attacchi terroristici dell'11 Settembre 2001.

Confrontabile fra i due eventi, gli attentati e l'uragano, potrebbe essere il numero delle vittime (nel 2001, furono quasi 3.000). Stime chiare sulle devastazioni dell'apocalisse Katrina sono ritardate dalla priorità di soccorrere i superstiti prima di contare i morti e di calcolare i danni, provvisoriamente valutati intorno ai 28 miliardi di dollari.

Il sindaco Nagin invita tutti i cittadini sopravvissuti a lasciare la città, dov'è scattato l'allarme sanità:le acque reflue stagnanti, con i cadaveri che ci marciscono dentro, sono cultura micidiale di germi e infezioni.

E' in fase avanzata l'evacuazione degli ospedali e dei circa 23.000 rifugiati nel SuperDome, lo stadio del football: vengono trasferiti, con una colossale staffetta di circa 500 autobus, allo AstroDome di Houston, uno stadio del baseball lontano più di 500 chilometri.

I soccorsi federali stanno arrivando. Il presidente George W. Bush, che domani visiterà le zone sinistrate, in elicottero e sul terreno, prospetta "la più grande operazione di soccorso" mai fatta negli Usa: mobilita risorse, fa appello alla generosità dei cittadini, coinvolge -come fa spesso, sui temi umanitari- i predecessori George Bush, suo padre, e Bill Clinton.

"Capisco perfettamente -dice Bush- la frustrazione di chi avrebbe voluto vedere arrivare i soccorsi istantaneamente. E comprendo l'ansia e l'angoscia delle persone le cui vite sono state sconvolte dagli eventi".

Ieri, il presidente aveva colto qualche immagine, sorvolando le desolazioni della catastrofe con l'AirForceOne. "Voglio che la gente sappia -afferma- che i soccorsi stanno per arrivare in gran quantità". Soccorsi statunitensi: dagli altri Paesi, Bush attende "molta solidarietà" ma "pochi aiuti", perché"abbiamo le risorse per cavarcela da soli".

C'è anche l'emergenza sicurezza, che sta diventando un incubo a New Orleans, cento ore dopo il passaggio dell'uragano: saccheggi da sciacalli, violenze da bulli e, anche, l' esasperazione di gente senza aiuti e senza risorse. Almeno due volte, questa mattina, i soccorsi devono essere sospesi perché ci sono spari o tensioni. La protezione civile ha annunciato l' interruzione dei suoi interventi perché ha ritenuto che stessero diventato 'troppo pericolosi' per i suoi operatori.

In linea con governatori e sindaci, il presidente dice che vi sarà "tolleranza zero" per quanti provano a sfruttare il disastro per violare la legge commettendo saccheggi, gonfiando i prezzi, cercando di frodare le assicurazioni. Le forze di polizia locali sono inadeguate, anche se il sindaco Nagin distoglie 1.500 agenti dalle operazioni di soccorso per bloccare gli sciacalli. Arrivano i rinforzi della Guardia Nazionale: ai 28 mila uomini già mobilitati, s'aggiungono, oggi, altri 4.200 poliziotti militari. Uno sforzo eccezionale che il generale Steven Blum, comandante della Guardia Nazionale, deve fare coincidere con l'impegno straordinario in Iraq, dove ha dislocato almeno 40 mila uomini.

La mobilitazione coinvolge le forze armate, in prima linea la U.S.Navy e il genio, oltre alla Guardia Costiera. Blum dà ragione a Bush: "E' la più grande operazione di soccorso mai realizzata".

Messa in ginocchio dall'uragano, l'America prova a rialzarsi con le sue forze. La Casa Bianca dichiara l'emergenza, chiama a raccolta tutte le risorse, consulta il guru dell'economia Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve: la recessione dopo Katrina sarebbe un colpo da k.o.   © Copyright ANSA Tutti i diritti riservati 01/09/2005 21:00

Preservativo anti-stupro in Sudafrica

giovedì 01 settembre 2005, 22:01
fonte: corriere.it
CITTA' DEL CAPO -Una donna ha inventato un sistema per difendere le sue connazionali sudafricane dagli stupri, in un paese dove la violenza sessuale è un incubo in continuo aumento: ogni anno si verificano 50.000 casi, una cifra che molti esperti ritengono in realtà quattro volte superiore. Il nuovo rimedio consiste in una specie di preservativo per "lei": si chiama «Rapex» e sarà commercializzato a partire dal prossimo anno. «Finora non era stato fatto nulla per difendere le donne dagli stupri: ho pensato che fosse l'ora di intervenire», ha detto Sonette Ehlers, 57 anni, in occasione della presentazione di un prototipo del «Rapex»: un sorta di tampone che, una volta indossato, si incollerà al pene del bruto di turno, consentendo la fuga della donna e costringendo il violentatore a correre ai ripari.
GLI STUPRATORI DOVRANNO ANDARE IN OSPEDALE - «Vi prometto che sarà dolorosissimo. Lo stupratore dovrà andare direttamente in ospedale», ha annunciato la Ehlersnel corso di una presentazione alla stampa, svoltasi in una località turistica non lontana da Città del Capo. Interamente in lattice ma con l'aggiunta di alcune setole irsute, il «Rapex» potrà essere staccato dal membro maschile solo grazie a un intervento chirurgico.
POLEMICHE - Il «Rapex» non ha mancato di suscitare polemiche. «È un aggeggio medievale e barbarico», hanno protestato alcuni critici. Potrebbe provocare danni ulteriori alle vittime delle violenze - ha spiegato Sam Waterhouse, responsabile dell'associazione «Crisi stupri» -, facendo infuriare lo stupratore.

Clooney regista impegnato "Noi americani, a volte stupidi"

giovedì 01 settembre 2005, 21:38

VENEZIA - Cosa può volere di più, una Mostra del cinema, di un superdivo bello, disponibile e anche - professionalmente - coraggioso? E non c'è dubbio che George Clooney, sbarcato oggi al Lido tra ragazzine e signore in delirio, soddisfi tutti e tre i requisiti. Affascinante, infatti, lo è di sicuro, così come deciso a conquistare le simpatie dei cronisti; e, come se non bastasse, è presente al Festival, in concorso, con un film che più impegnato e meno commerciale non si potrebbe: si chiama "Good night, and good luck", racconta la vicenda (reale) di un anchorman della Cbs che osò sfidare il senatore della caccia alla streghe, Joseph McCarthy.

"Una storia che mi ha sempre affascinato - spiega lui, che ha scritto, diretto, prodotto e co-interpretato la pellicola - e che fa vedere come noi americani siamo ciclici: in certe fasi siamo stupidi, usiamo la paura per attaccare le libertà civili. Poi però di ciprendiamo".

Un messaggio di denuncia ma anche di speranza, negli Stati Uniti del post-11 settembre. Forse anche per questo il film è stato accolto con molto favore, alla proiezione riservata alla stampa: asciutto, girato in bianco e nero con uno stile quasi documentaristico, ha come protagonista - nel ruolo del conduttore tv Edward R. Murrow - un attore straordinario, David Strathairn, anche lui applauditissimo qui al Lido. Affiancato, oltre che dallo stesso Clooney, da Patricia Clarkson, Robert Downey jr e Jeff Daniels. Ecco come il mattatore della giornata veneziana racconta ai cronisti l'esperienza.

Clooney, il pubblico che la ammira nei kolossal hollywoodiani potrebbe rimanere spiazzato...
"E' sempre molto bello fare film come questo. Io non sono uno snob, a me piace anche recitare in film spettacolari come 'Ocean's Eleven', che trovo molto divertente; ma è altrettanto piacevole partecipare a opere come 'Good night, and good luck', o come 'Three kings', che possono suscitare dibattito tra la gente. In questo caso in particolare, un dibattito sulle libertà civili. E sul ruolo della tv: mio padre ad esempio faceva l'anchorman, ma poi ha lasciato perché si è accorto che il suo lavoro era sempre più spettacolo e sempre meno notizie".

Ritiene dunque che il film abbia un chiaro messaggio politico, anche in riferimento all'attualità?
"Non era mia intenzione fare un'opera direttamente politica. Se ci trovate qualche aggancio all'oggi, a me fa piacere. Ma il mio scopo non era attaccare direttamente l'attuale amministrazione".

Ma non c'è dubbio che al centro della vicenda c'è il ruolo della tv.
"La televisione ha svolto un enorme compito positivo, come mostra la vicenda di Murrow. Ha contribuito a far eleggere Kennedy, e così via. Per la maggior parte della gente, è l'unica fonte di informazione. Una volta però c'erano solo tre network; oggi, con la frammentazione a 130 canali, un altro Murrow sarebbe improponibile. Con una scelta così ampia, ognuno finisce per andare sul canale che gli dice ciò che vuole sentire".

Come regista, lei "ruba" idee o stili dai colleghi con più esperienza?
"Io rubo da qualsiasi autore, da sempre. Qui ho impegnato la maggior parte del mio tempo a controllare le fonti, abbiamo fatto ricerche molto accurate, di stampo giornalistico. Quanto ai riferimenti, in questo caso, ho 'rubato' dai bravi registi di documentari".

In definitiva, meglio stare davanti o dietro la macchina da presa?
"A recitare non sono bravissimo. Fare il regista è bellissimo, divertente. Ma in questo caso la cosa più appagante è stata passare due anni a scrivere una sceneggiatura su una storia così importante".

Cosa si aspetta dal fatto che si presenta qui a Venezia in concorso?
"Ci sono perché a Marco (Mueller, il direttore della Mostra, ndr) il film è piaciuto. Per questo lo ha preso, anche in questo caso la politica non c'entra nulla".

(1 settembre 2005)

 

fonte: Reoubblica.it

Si apre l'era del trascrittoma

giovedì 01 settembre 2005, 21:35

E ora tutto diventa (ancora) più complesso. Due studi in uscita domani sulla prestigiosa rivista scientifica Science rivoluzionano molte conoscenze sulla genetica, assegnando a una molecola meno «popolare» del famoso Dna (acido desossiribonucleico) una posizione destinata ad essere dominante nei futuri studi biologici e a rivoluzione molte prospettive. La nuova molecola «star» si chiama Rna (acido ribonucleico) e il dogma su cui i nuovi studi mettono una pesante pietra è quello del cosiddetto «un gene-una proteina» (la cui solidità era peraltro messa già a ben dura prova da diversi anni).
Gli studi in questione, in termini tecnici, dicono che solo il 2 percento del genoma codifica per proteine anche se ben il 62 percento del Dna viene trascritto in Rna e che circa la metà delle 180 mila molecole di Rna sono «non codificanti».

CHE COSA SIGNIFICA - Per capire meglio che cosa significa è meglio fare un passo indetro, al 2001, quando, con la conclusione del celebre Progetto Genoma si disse che ormai eravamo in possesso del «libro della vita», perché gli scienziati erano stati in grado di «leggere» tutte le lettere (basi) che compongono il Dna contenuto nei nostri cromosomi. Una volta raggiunto questo scopo il passo successivo avrebbe dovuto essere quello di capire in quella sterminata sequenza di lettere quali sotto-sequenze costituissero dei geni cioè delle «parole» capaci di istruire la cellula a fabbricare le proteine(i "mattoni" strutturali e funzionali di qualsiasi essere vivente). Per parecchio tempo si era pensato che a ogni gene corrispondesse una proteina (da qui il dogma un gene-una proteina). Poi si capì che le cose non potevano stare in questo modo perché le proteine erano troppe (tra il mezzo milione e il milione) per poter essere codificate ciascuno da un gene diverso, anche perché si riteneva che i geni fossero circa 100mila.
A minare ulteriormente la solidità del dogma in questione arrivarono osservazioni successive che portarono a circa 20mila la stima dei geni contenuti in una cellula. Come spiegare allora la possibilità del genoma di far produrre tutte queste proteine? Semplice (si fa per dire), bastava che i geni fossero «letti» in modo diverso dalla molecola che doveva trasferire le sue informazioni ai «macchinari cellulari» (ribosomi) deputati ad assemblare gli aminoacidi , cioè i «pezzi» che compongono le diverse proteine.
Ebbene gli studi che stanno per uscire su Science, che sono stati condotti su cellule di topo, ma i risultati sono applicabili anche alle cellule umane, dicono che la percentuale del genoma destinata a codificare proteine è estremamete ridotta, e che, invece, la quantitià complessiva di Rna (trascrittoma) che invece si trova nelle cellule è enormemente più grande di quanto ci si aspettasse.
COINVOGIMENTO ITALIANO - Queste ricerchesono il punto di arrivo di un progetto che ha coinvolto oltre 190 ricercatori di 51 istituti centri di ricerca di 10 Paesi. Sono una ventina i ricercatori italiani, degli istituti Telethon Dulbecco, Istituto Telethon di Genetica e Medicina (TIGEM) di Napoli; Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, Scuola Internazionale Di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste; Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR di Bari, Consorzio Interuniversitario per le Biotecnologie a Trieste. Ed è un italiano il coordinatore, Piero Carninci, che da dieci anni lavora in Giappone, nell'istituto Riken di Yokohama, e che ha messo a punto le tecniche di raccolta e analisi dei dati su cui si basa la ricerca. Il lavoro è stato condotto nell'ambito del progetto Fantom, avviato circa dieci anni fa e giunto alla terza edizione, finanziato e condotto dal Gruppo di ricerca sul genoma dell'istituto Riken.
NUOVA ERA - «Si sta compiendo il passaggio dall'epoca del genoma a quella del trascrittoma. In effetti potremmo dire che abbiamo portato a termine il progetto trascrittoma, allo stesso modo in cui nel 2001 era stato completato il progetto genoma» spiega Elia Stupka, bionformatico dell'Istituto Telethon-Tigem di Napoli, che ha partecipato attivamente alla interpretazione dei dati dello studio insieme al suo collega Diego Di Bernardo. «Per ora quello che abbamo potuto fare è cercare di interpretare i cosiddetti "trascritti", cioè le molecole di Rna che sono state riscontrate nella cellula e cercare di ipotizzare la loro funzione con modelli matematici e statistici. Ora bisognerà andare a verificare in laboratorio queste ipotesi».
CONSEGUENZE - Che cosa cambierà questa scoperta? «Sicuramente sposterà l'attenzione dal genoma al trascrittoma e questo potrà aprire prospettive completamente nuove nella comprensione dei meccansimi di controllo genetico anche in chiave di ricerca su malattie come i tumori» prosegue Stupka. «Infatti finora, analizzando i geni, si doveve spesso arrendersi all'idea che molti dei malfunzionamenti cellulari che portavano alla degenerazione cancerosa delle cellule non avessero un correlato con alterazioni riconoscibili dei geni, mentre ora si può pensare che la direzione in cui cercare è un'altra, cioè quella che coinvolge quest'enorme massa di Rna trascritti che è stata trovata, le cui funzioni, probabilmente molto complesse, sono in gran parte da scoprie e presumibilmente si dispiegano in un articolatissimo sistema di regolazioni»
LUCI E INTERRUTTORI - «Per capire meglio che cosa è successo si può ricorrere a una metafora» interviene Andrea Ballabio, direttore dell'Istituto Telethon - Tigem , di Napoli. «Possiamo immaginare che i geni siano come lampadine di diversi colori: una può essere gialla, una verde, una rossa eccetera. Queste lampadine produrranno luci (le proteine) di colore diverso. Ma non solo: le lampadine possono avere una luce intensa, o fioca, essere accese o spente, essere accese a intermitetnza, accendersi solo in un particolare molento della vita , come per esempio la nascita o la vita embrionale, oppure accendersi in un certo momento in una certa stanza (il cuore piuttosto che il cervello) in momenti diversi eccetera, in un complicatissimo e armonico meccanismo»
«E che cosa governa e rende possibile tutto questo sistema? I circuiti che stanno dietro le lampadine, i reostati (le rotelline che aumentano o diminuiscono l'intensità della lucel) e, ovviamante gli interruttori. Ecco, il trascrittoma può rappresentare tutto questo. E ora sappiamo che è lì che c'è molto da cercare e da trovare».
NOTIZIA BUONA E CATTIVA - «Questi studi sono un buona notiza perchè rappresentano un grosso passo avanti nelle nostre conoscenze» continua Ballabio, «ma sono in un certo senso anche una cattiva notizia perchè ci confermano che le cose sono molto più complicate di quanto si pensasse»
DIFFERENZE TRA SPECIE - E questa scoperta ci auuta anche a capire perchè c'è così poca differenza genomica tra specie animali molto diverse. «In effetti se guardiamo l'intero genoma la differenza tra un uomo e uno scimpanzè è minima, ma diminuisce ancora di più se si osservano solo le squenze codificanti, cioè i geni» osserva Stupka, «quindi è ovvio che tutte le differenze che abbiamo sotto gli occhi sono dovute a qualcosa d'altro, cioè a meccanismi di regolazione presumibilmente governati in gran parte dai diversi trascrittomi».
Luigi Ripamonti
01 settembre 2005
 
fonte: Corriere.it 

 

Un antinfiammatorio nell'olio di oliva

giovedì 01 settembre 2005, 21:34

PHILADELPIA - Il segreto della dieta mediterranea? Forse è un antinfiammatorio contenuto nell’olio di oliva. A darne notizia è la prestigiosissima rivista scientifica Nature, che pubblica una scoperta di chimici del Chemical Senses Center di Philadelphia. La sostanza in questione è stata battezzata oleocantale e agirebbe proprio come i comuni antinfiammatori non steoroidei, inibendo la ciclossigenasi (COX), un enzima che svolge un ruolo cardine nei meccanismi infiammatori.

LO STUDIO - La ricerca ha un origine curiosa. Gary Beauchamp, principale autore dello studio, ha infatti raccontato di aver avuto per la prima volta il sospetto che l’olio di oliva avesse proprietà antinfiammatorie durante una degustazione d’olio in Sicilia, quando aveva avvertito un leggero pizzicore alla gola. Una senzazione identica a quella che sentiva di solito ingurgitando l’ibuprofene, un diffuso antinfiammatorio. Da lì, con i suoi collaboratori, cominciò ad analizzare l’olio di oliva fino all’indentificazione della sostanza in questione. Secondo la ricerca, 50 grammi di olio al giorno equivalgono al 10% della dose di ibuprofene raccomandata come antidolorifico per gli adulti. Anche se, va detto, per ora l’oleocantale è stato rinvenuto solamente nell’olio spremuto a freddo.
OBESITA' - «Ciò magari non servirà a far passare il mal di testa ma certamente conferma che l’olio di oliva è ricco di proprietà salutistiche» commenta il professor Michele Carruba, ordinario di farmacologia all’università di Milano e presidente della Società Italiana dell’obesità. «Questa scoperta, inoltre, contribuisce a rendere ragione di alcuni degli effetti della dieta mediterranea su diverse patologie, tra cui anche la stessa obesità, che, è ormai noto, riconoscono una componente infiammatoria nella loro origine»
Luigi Ripamonti

 

fonte: corriere.it

In 5 secondi si previene linfarto

giovedì 01 settembre 2005, 21:31
MILANO—Cinque secondi per fotografare il cuore in tre dimensioni. La Tac a 64 strati, l’ultima frontiera della tecnologia medica, sta rivoluzionando la diagnosi delle malattie cardiache. E’ più sicura di una coronarografia perché non è invasiva e non richiede cateteri (e c’è chi dice che presto la sostituirà). E’ più accurata di un elettrocardiogramma, che dà soltanto un’idea generale della salute del cuore. E’ più precisa degli ultrasuoni che forniscono immagini di bassa risoluzione. «E’ un progresso eccezionale — commenta Roberto Ferrari, direttore del Dipartimento di cardiologia dell’Università di Ferrara —. Bastano pochi minuti per "ricostruire", grazie alle immagini della Tac elaborate da un software, una coronarografia in modo incruento». Ferrari è il vice- presidente entrante della Società europea di cardiologia che inaugura il suo congresso annuale sabato prossimo a Stoccolma e che dedica ampio spazio alla nuova diagnostica per immagini.
«Non solo la Tac multistrato è meno invasiva della coronarografia — commenta Giuseppe Specchia, direttore del dipartimento di cardiologia del Policlinico di Monza — ma è anche molto precisa: trova le lesioni, quando ci sono, nel 97% dei casi. Ed è talmente veloce che può essere utilizzata anche nei pazienti con un battito cardiaco accelerato». Al Policlinico di Monza l’è uipe di Specchia e del radiologo Toufic Khouri utilizzano dal dicembre scorso una Tac multistrato che ha il software più avanzato d’Italia; un’altra è installata all’Università di Roma e un terza (ma in questo caso sarà una Tac-Pet e riuscirà anche ad analizzare il metabolismo del cuore) è in arrivo all’Università di Ferrara, nel Dipartimento di cardiologia. Al momento attuale, però, la Tac multistrato non è indicata per tutti. Primo perché costa. Secondo perché esiste un problema di radiazioni: è bene non eseguirla più di due volte perché le radiazioni per singolo esame sono dalle 50 alle 80 volte più elevate rispetto alla quantità assorbita per una radiografia dei denti. Terzo perché rischierebbe di creare falsi malati.
«I candidati ideali—continua Ferrari — sono per ora i pazienti che hanno subìto un bypass, poi i portatori di stent, cioè di dispositivi che tengono aperte le coronarie. Infine tutti i pazienti ad alto rischio di malattia coronarica». E’ un esame che potrebbe salvare la vita a molte donne. Spesso infatti nel sesso femminile le malattie di cuore si presentano in maniera subdola: con dolore, ma senza segni all’elettrocardiogramma. Proporre una coronarografia sarebbe eccessivo, ma un Tac non darebbe fastidio alla paziente e potrebbe risolvere la questione. L’importante è non abusare di questa sofisticata tecnologia: se usata per generici check up del cuore potrebbe rivelare lesioni silenziose e del tutto innocue e portare a interventi inutili. «Non bisogna mai dimenticare — mette in guardia Specchia— che tutto va sempre valutato con la clinica, altrimenti si creano le malattie soltanto in base all’iconografia. Non è detto poi che tutte le ostruzioni delle coronarie debbano essere operate: in certi pazienti può bastare un trattamento farmacologico più aggressivo». L’unico esame che può competere con la Tac multistrato è la risonanza magnetica che non presenta il problema delle radiazioni, ma alcuni limiti sì: il panico che provoca in certe persone e il fatto che non può essere utilizzata su chi ha protesi metalliche. Tutte queste nuove tecniche rappresentano comunque un passo in avanti sulla strada di quello che i medici chiamano «one stop shopping » cioè la possibilità, per il futuro, di eseguire un’unica indagine non invasiva che permetta di vedere quello che gli attuali esami vedono singolarmente, cioè l’anatomia da un lato o la funzionalità dall’altro.
Adriana Bazzi
01 settembre 2005

 

fonte: Corriere.it

Kamasutra da Piscina ...

mercoledì 31 agosto 2005, 00:31

L'estate sta finendo, d'accordo, ma l'idea di Sexual.org può essere utile per tutte le stagioni: si tratta di un kamasutra da piscina per trovare la posizione più eccitante anche immersi nell'acqua. (via Touche Sexy)

 
fonte: Softblog.it 

Lassessore Armato in Senato alla Sun

martedì 30 agosto 2005, 23:53

L’assessore Armato in Senato alla Sun
L’assessore all’Università e alla Ricerca Scientifica della Regione Campania, Teresa Armato, si presenta al Senato Accademico della Seconda Università degli Studi di Napoli.

Si tratta di un riconoscimento del lavoro svolto fino ad ora dal Secondo Ateneo in tutta Terra di Lavoro, spiega il Rettore della Sun, professor Antonio Grella, che riceverà l’assessore Armato mercoledì 27 luglio alle ore 9,30 nella sede del Rettorato in viale Beneduce 10 a Caserta.

Nella stessa seduta sarà ricevuto il Presidente della Provincia di Caserta, Sandro De Franciscis, ispiratore di questo evento, e l’assessore all’Università della Provincia, Lucia Esposito.

“E’ un segnale importante – sottolinea il Rettore Grella - che dimostra l’interesse costante dell’assessorato all’Università della Campania nei confronti del nostro Ateneo.

Il Senato Accademico è una testimonianza fondamentale di quanto l’Ateneo ha fatto fino ad oggi per tutta Terra di Lavoro. E se continueremo ad essere supportati dalla Regione, come è stato fino ad oggi,. non potremo che crescere ancora”.

fonte: UniNetwork.it 

La Sun dice stop alla fuga dei cervelli

martedì 30 agosto 2005, 23:51

I giovani e la ricerca scientifica diventano i protagonisti
La Sun dice stop alla fuga dei cervelli

Stop alla fuga dei cervelli, incentivare i giovani e la ricerca è la parola d’ordine. Ricercatori, specializzandi, dottorandi e i loro lavori scientifici devono tornare ad avere un ruolo di primo piano in Italia, insieme a maggiori risorse economiche e carriere più certe. Un obiettivo comune ai presidi delle Facoltà di Medicina e Chirurgia, Scienze Ambientali e Scienze Matematiche Fisiche e Naturali della Seconda Università degli Studi di Napoli (Francesco Rossi, Benedetto Di Blasio e Nicola Melone) che dal 4 al 6 luglio presenteranno le Giornate Scientifiche, con i contributi provenienti dalle tre Facoltà.

Uno stimolo soprattutto per giovani studiosi, un importante momento di confronto sulle attività e i lavori fin qui svolti.
“Ancora una volta concentriamo i nostri sforzi affinché i riflettori si accendano sui giovani e sulla ricerca – spiega il Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Francesco Rossi –perché si capisca che sono loro la nostra vera risorsa, e che è lì che bisogna investire. Con questa manifestazione ci auguriamo anche di dare nuovi stimoli ai nostri ricercatori, ai nostri studenti, perché bisogna davvero fare il possibile per impedire che essi vadano via dall’Italia per far carriera. Così che la loro crescita intellettuale e professionale sia anche una crescita del nostro Paese ”.

La tre giorni si articolerà tra Napoli e Caserta e vedrà una cerimonia inaugurale (prevista per il 4 luglio alle ore 18 nel Chiostro di Sant’Andrea delle Dame) caratterizzata dalla Lettura Magistrale del Prof. Francesco D’Agostino “Speranze e pretese della scienza”.

Il Prof. Francesco D’Agostino è Ordinario di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “Tor Vergata”; è stato nominato membro del Comitato Nazionale per la Bioetica fin dalla sua istituzione nel 1990 e attualmente ne è Presidente Onorario.

I suoi interessi scientifici nell’ambito della filosofia del diritto si rivolgono in particolare alla tematizzazione del fondamento antropologico del diritto e alla filosofia del diritto penale; come bioeticista si è particolarmente interessato ai rapporti tra bioetica e diritto.

Alla Lettura Magistrale seguirà un concerto musicale tenuto dai alcuni docenti “musicisti” della Facoltà di Medicina e Chirurgia nello splendido scenario del Chiostro di S. Andrea delle Dame.

Le altre due giornate saranno dedicate, prevalentemente, alle sessioni poster. I contributi scientifici provenienti dalle varie Facoltà sono circa 500 e verranno suddivisi in aree diverse a seconda della tematica affrontata.

Il 5 luglio, si terrà la Lettura Magistrale del Prof. Silvio Garattini “Farmaci: fra mito e realtà ”.

Il Prof. Silvio Garattini è fondatore e direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”; in oltre 35 anni di attività l’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” ha prodotto oltre 8500 pubblicazioni scientifiche e circa 180 volumi su tematiche inerenti alla cancerologia, chemioterapia ed immunologia dei tumori, neuropsicofarmacologia, farmacologia cardiovascolare e renale.


Nel Chiostro di S. Andrea delle Dame verranno, inoltre, esposti e discussi tutti i poster presentati. Parte dei contributi, soprattutto quelli di ricerca di base, verranno, poi, riesposti il 6 luglio presso il Polo Scientifico di Caserta in via Vivaldi, dove si terranno due Letture Magistrali. Il Prof. Nicola Bellomo ci parlerà di “Matematica e Scienze Biologiche, una sfida scientifica di questo secolo”. Il Prof. Nicola Bellomo è Ordinario al Dipartimento di Matematica del Politecnico di Torino e la sua attività di ricerca riguarda l’analisi qualitativa e computazionale dei fluidi dinamici non lineari, con particolare attenzione alle loro applicazioni alle scienze tecnologiche e biologiche.


La seconda Lettura Magistrale del Prof. Franco Barberi, Docente di Geotermia e Vulcanologia e Rischio Vulcanico dell’Università Roma 3, Consulente del Presidente della Giunta Regionale Campania per la Protezione Civile, Rischio Idrogeologico e Rischio Vulcanico, verterà, appunto, su “Rischi naturali e protezione civile in Campania”.

Infine, il pomeriggio del 6 luglio, 6 Dottorandi dell’ultimo anno di corso dei Dottorati di Ricerca della II Università terranno una comunicazione orale su di un lavoro scientifico. I contributi da presentare verranno scelti dalla Commissione Scientifica in base al valore dello studio presentato e alla diffusione internazionale della rivista su cui lo studio è apparso nel corso del 2005.


Le Giornate Scientifiche costituiscono, in conclusione, un momento di incontro tra ricercatori e di visibilità scientifica per la SUN, che ha l’obiettivo primario di formare giovani professionisti in varie discipline, ma anche ricercatori che siano competitivi in un panorama nazionale ed internazionale. Un primo passo concreto, insomma, contro la cosiddetta fuga dei cervelli.

 fonte: UniNetwork.it

Polmoni su misura

martedì 30 agosto 2005, 23:41

30.08.2005
Polmoni su misura
L'importante sviluppo è stato ottenuto grazie alle staminali embrionali


Alcuni scienziati hanno convertito con successo cellule staminali embrionali umane in cellule del polmone, compiendo il primo passo verso la costruzione di polmoni umani per i trapianti.
Secondo un articolo pubblicato sulla rivista "Tissue Engineering", i ricercatori dell'Imperial College di Londra hanno "suggerito" alle cellule staminali embrionali umane di convertirsi nel tipo di cellule necessarie per lo scambio di gas nei polmoni, note come epitelio maturo delle piccole vie aeree.
"Si tratta di uno sviluppo entusiasmante - ha commentato Julia Polek, direttrice del team di ricerca - che potrebbe rappresentare un grande passo avanti verso la capacità di fabbricare polmoni su misura per il trapianto o di riparare i polmoni seriamente danneggiati da malattie incurabili come il cancro".
Gli scienziati hanno coltivato le staminali in un sistema specializzato che le ha incoraggiate a trasformarsi nelle cellule che rivestono la parte del polmone dove viene assorbito l'ossigeno ed espulso il biossido di carbonio. Anche se l'esperimento è stato condotto su cellule staminali embrionali, il sistema verrà sperimentato ulteriormente su staminali di altre fonti, compreso il cordone ombelicale e il midollo osseo.
Nel corso di futuri test, i ricercatori intendono usare le proprie scoperte per curare problemi come la sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), una condizione che provoca il distacco del rivestimento cellulare dei polmoni.

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L'effetto fisico del placebo

martedì 30 agosto 2005, 23:41

30.08.2005
L'effetto fisico del placebo
Agisce favorendo il rilascio di endorfine


Uno studio pubblicato sulla rivista "The Journal of Neuroscience" (vol. 25, p. 7754) suggerisce che il placebo possa avere un reale effetto fisico, non soltanto immaginario: quello di attivare la produzione di sostanze chimiche antidolorifiche nel cervello.
I placebo sono trattamenti con sostanze prive di ingredienti attivi. Se ai pazienti viene detto che viene somministrato loro un vero antidolorifico, per esempio, sperimentano spesso meno dolore, un effetto normalmente considerato di natura psicologica. Studi recenti, però, hanno suggerito che non sempre è così. Per esempio, quando il placebo viene segretamente mischiato con un farmaco che blocca le endorfine - gli antidolorifici naturali del corpo - non viene osservato alcun effetto placebo. Questo dimostra che le endorfine sono coinvolte nel processo antidolorifico del placebo.
Ora Jon-Kar Zubieta e colleghi dell'Università del Michigan di Ann Arbor hanno confermato che i placebo diminuiscono il dolore incrementando il rilascio di endorfine. A quattordici volontari sani è stato somministrato un farmaco dicendo loro che "avrebbe potuto alleviare il dolore oppure no". Durante l'esperimento, ogni quindici secondi i soggetti dovevano stimare l'intensità di uno stimolo doloroso su una scala da 1 a 100.
Tutti i soggetti che avevano ricevuto il placebo - consistente in una semplice soluzione salina - hanno dichiarato di sentire meno dolore. Grazie a scansioni cerebrali con la tomografia a emissione di positroni (PET), i ricercatori hanno verificato che il livello di endorfine dei volontari risultava maggiore dopo la somministrazione del placebo. "L'effetto placebo - afferma Zubieta - agisce mediante il sistema antidolorifico innato dell'organismo".

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Un genoma da 1000 dollari

martedì 30 agosto 2005, 23:40

28.08.2005
Un genoma da 1000 dollari
Per ora il costo del sequenziamento è sceso da 20 a 2 milioni di dollari


L’ipotetico prezzo da pagare per ottenere la sequenza del proprio genoma personale è ormai calato dalla proibitiva cifra di 20 milioni di dollari a quella più “abbordabile” di circa 2,2 milioni: l’obiettivo è quello di ridurre ulteriormente il costo fino a un migliaio di dollari, in modo da rendere possibili prevenzioni e trattamenti su misura per il singolo paziente.
Il calo è stato possibile grazie a una nuova tecnologia di sequenziamento del DNA, sviluppata dai ricercatori dell’Harvard Medical School Jay Shendure, Gregory Porreca, George Church e colleghi e descritta online il 4 agosto sulla rivista “Science”. Gli autori hanno sequenziato il genoma del batterio E. coli a una frazione del costo delle tecniche convenzionali, usando strumenti di laboratorio e reagenti chimici. Il metodo sembra ancora più preciso e meno costoso di alcune tecnologie attualmente in commercio.
La tecnica si basa sulla conversione di un microscopio relativamente economico, dotato di una camera digitale da usare in un processo di sequenziamento rapido e automatico che non richiede elettroforesi, un processo lento ma fondamentale per il metodo convenzionale di Sanger. La nuova tecnica innesca la replicazione di migliaia di frammenti di DNA attaccati a una perlina di un micron, producendo una maggior densità del segnale in un’area piccola ma abbastanza grande da essere risolta con ottiche poco costose. Quattro tinture fluorescenti, corrispondente alle quattro basi del DNA, si legano alle specifiche locazioni della sequenza genetica a seconda di quale base è presente. Il frammento brilla poi con uno dei quattro colori, rivelando l’identità della base. La videocamera registra i colori, documenta i risultati e invia i dati ai computer che li reinterpretano come una sequenza lineare di coppie di basi.

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Zanzare e malaria

martedì 30 agosto 2005, 23:38

28.08.2005
Zanzare e malaria
Il parassita può alterare il comportamento degli insetti vettori


La malaria rappresenta tuttora un enorme problema in Africa e comprendere i fattori che influenzano la sua trasmissione potrebbe aiutare a combattere la malattia. Uno studio pubblicato sulla rivista “PLoS Biology”, condotto nel Kenya occidentale da Jacob Koella dell’Università Pierre et Marie Curie di Parigi e colleghi, rivela ora che le zanzare sono più attratte dai bambini già infetti dalla malaria rispetto a quelli infetti da una forma non trasmettibile della malattia o alle persone non infette.
Da tempo gli scienziati si erano posti la questione se la malaria incrementasse le probabilità di essere punti da una zanzara. Nessuno studio, però, finora era riuscito a isolare questo effetto a causa di numerosi altri fattori che risultano attraenti per gli insetti, come il sudore, l’odore e la temperatura corporea. I ricercatori hanno ora misurato quanto le zanzare risultano attratte da bambini con diversi stadi di infezione della malattia. I risultati mostrano chiaramente che gli individui con la forma infettiva del parassita attirano significativamente più zanzare di quelli con la forma non trasmettibile e di quelli non infetti. Inoltre, se ai bambini vengono somministrati farmaci antimalarici, non risultano differenze nella successiva attrazione delle zanzare.
Era già noto che il tasso delle punture di zanzare influenza notevolmente la diffusione della malaria. La scoperta di Koella e colleghi dimostra che lo stesso parassita manipola il comportamento degli insetti vettori quando è pronto per un nuovo ospite. Questa manipolazione potrebbe avere un profondo effetto sull’epidemiologia della malattia e, se non presa in considerazione, potrebbe alterare gravemente le stime dell’intensità della trasmissione della malaria.

R. Lacroix, W.R. Mukabana, L.C. Gouagna, J.C. Koella, “Malaria infection increases attractiveness of humans to mosquitoes”. PLoS BiologyPLoS Biol 3(9): e298 (2005).

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War Games

martedì 30 agosto 2005, 23:36

di  Alessandro Iacuelli
30 Aug 2005

Russi e cinesi non stanno a guardare
"War game" senza precedenti nel Pacifico settentrionale per ben otto giorni. Questa la durata delle esercitazioni congiunte russo-cinesi, volte secondo molti analisti militari a "mostrare i muscoli" e minare l'influenza statunitense nelle regioni del Pacifico e dell'Asia Centrale. Dal 18 agosto in poi, l'aeronautica russa ha impegnato due bombardieri strategici TU-95MC, quattro bombardieri a lungo raggio TU-22MZ, cinque arei da trasporto truppe IL-76MD ed un numero non precisato di caccia Sukhoi. La flotta del pacifico ha schierato il cacciasommergibili Shaposhnikov, la corazzata Burny, ed un elevato numero di mezzi da sbarco. I cinesi hanno impegnato quattro corazzate, sei navi da sbarco anfibie, due sommergibili diesel, tre bombardieri H-6, tre caccia Su-30MKK e circa 100 mezzi da sbarco. Con tali forze in campo, sono stati effettuati sbarchi di truppe miste russo-cinesi e paracadutisti sulla penisola cinese di Shandong, nel Mar Giallo. Contemporaneamente alle esercitazioni di sbarco, le marine russa e cinese hanno simulato la caccia e l'affondamento di un sommergibile in pieno Mar Giallo, ed il bombardamento aereo di target situati su terraferma. L'analista militare Ivan Safronov, già il 19 agosto ha scritto sul quotidiano russo Kommersant che il "war game" (così è stata subito definita l'esercitazione), anche se presentata come esercitazione anti-terrorismo, è "chiaramente pianificata e studiata secondo gli schemi strategici e tattici sovietici, ed assomiglia molto al training per l'attacco e la conquista di un Paese terzo." Della stessa opinione , anche se più diretto e politico, l'articolo di James T. Hackett apparso il 18 agosto sul Washington Times, titolato "Anti-American war games".

Pur in un modo che a prima vista può sembrare un pò azzardatato, sia Safronov che Hackett indicano in Taiwan il probabile "Paese terzo".
Fatto sta che anche le forze armate di Taiwan hanno effettuato delle proprie esercitazioni, impiegando 3000 uomini e simulando un'invasione da parte cinese.
Un altro analista militare indipendente russo, Alexander Golts ha dichiarato a ISN Security Watch che "l'impiego di sottomarini e di bombardieri a lungo raggio in un contesto di esercitazioni navali mostra chiaramente che Russia e Cina, durante eventuali operazioni di combattimento, possono anche bloccare l'eventuale intervento di ogni altra nazione straniera nella zona di conflitto". In tal modo, Golts suggerisce che gli strateghi cinesi hanno in mente Taiwan, e che l'aeronautica e la marina russe verrebbero impiegate in tale eventualità per impedire un intervento di difesa da parte degli Stati Uniti.

Da parte loro, gli USA sono legati a Taiwan proprio da una garanzia di difesa in caso di invasione cinese, pertanto da Washington, ancora prima dell'inizio del "war game" ci si è affrettati a dichiarare che si spera che "the Russian-Chinese war games would not threaten stability in the region."
A proposito delle reazioni americane, dagli USA non sono stati inviati osservatori, ma ogni fase delle esercitazioni è stata seguita molto attentamente a mezzo satelliti. Lo stesso ammiraglio Gary Roughead, comandante della US Pacific Fleet, ha dichiarato che ogni fase delle operazioni è stata osservata e seguita "da vicino", aggiungendo che "We're interested in the complexity and the types of systems that they bring to bear".
Il comandante delle forze russe, Generale Yury Baluevsky, si è affrettato a replicare che "Our exercise don't threaten any country", durante la conferenza stampa tenuta a Vladivostok il giorno prima dell'inizio del "war game".
Anche il Capo di Stato Maggiore cinese, Generale Liang Guanglie, ha dichiarato che le esercitazioni si tengono in accordo con i principi delle Nazioni Unite e servono a migliorare gli interessi comuni russi e cinesi di "proteggere pace e stabilità nella nostra regione e nel mondo intero".

Verso il ritorno di un mondo bipolare

I potenziali avversari degli USA (la Cina sul piano della crescita economica e delle esportazioni, la Russia in quanto principale interlocutore in tema di sicurezza nucleare e di energia) consolidano attraverso lo SCO il loro livello di cooperazione economica e oltre a ciò inviano un chiaro segnale a Washington mediante il "war game": l'alleanza strategica e militare ha già raggiunto un punto in cui le due nazioni sono in grado di esercitare un controllo sulla regione Eurasiatica.
Tale capacità rappresenta un serio tentativo, secondo Safronov, di costruire un ordine mondiale bipolare e forzare gli Stati Uniti ad limitare i propri interessi in Asia Centrale e nelle altre regioni attorno alla Russia.
A tale proposito ricordiamo che le rivolte popolari in Georgia nel 2003 e in Ucraina e Kirghizistan nel 2004, che hanno portato alla rimozione dei regimi neo-eletti ed alla loro sostituzione con governi filoccidentali, hanno causato non pochi grattacapi all'elite militare e politica russa, che accusa l'occidente, ed in particolare gli USA, di aver pilotato e sponsorizzato quelle cosiddette "rivoluzioni colorate".

Secondo l'opinionista russo Alexander Dugin, come dichiarato all'agenzia RIA Novosti, il controllo degli eventi in quelle repubbliche ex Sovietiche mostra chiaramente come gli Stati Uniti siano decisi nel "riformare" ed occupare tutta l'area dell'ex-URSS secondo i propri interessi strategici; tale "decisione" nell'agire va contro gli interessi di Russia e Cina, la cui posizione rischia di divenire "vulnerabile". Appare chiaro che con tale affermazione Dugin si riferisce alla presenza americana al confine tra Russia e Cina (Kirghizistan) grazie alle basi di supporto per la guerra in Afghanistan.
La recente sommossa di Andjan in Uzbekistan durante la scora primavera, repressa violentemente dal governo, ha solo aggiunto un altro tassello ai timori sia russi sia cinesi di perdere il controllo su tutta quell'area-cuscinetto dell'Asia Centrale che si trova proprio a separare i due Stati.
L'area coincide - inutile dirlo - con il territorio sul quale gli Stati Uniti mirano a consolidare il proprio controllo.
L'insieme di tali eventi ha dato una forte spinta acceleratrice all'avvicinamento tra i due grandi Paesi asiatici.

Manovre economiche

Le esercitazioni militari forniscono alla Russia un'eccellente opportunità per incrementare il proprio commercio di armamenti con la Cina.
Secondo diverse fonti, la Cina acquista sistemi d'arma dalla Russia per circa un miliardo di dollari l'anno, si attesta quindi come principale acquirente rispetto alla Russia.

Da parte sua, la Russia può offrire, in maggioranza, sistemi d'arma sviluppati 20 anni fa, e le prospettive economiche del commercio di armamenti non sono precisamente rosee...
Con l'occasione, Mosca ha messo in vendita (verso Pechino) bombardieri pesanti come il TU-22M ed il TU-95, che in passato ha sempre evitato di mettere sul mercato, bombardieri in grado di trasportare e lanciare testate nucleari.
Visto da questa angolazione, il "war game" è un eccellente occasione per dimostrare la potenza di tali bombardieri allo stato maggiore cinese, costruire una sorta di "esposizione" rivolta alla vendita di sistemi d'arma.

Quattro war games

L'esercitazione sulla penisola di Shandong, alla quale la stampa occidentale ha dato più spazio, è solo la quarta di una serie di manovre congiunte effettuate nell'arco di una settimana. Da notare che mai nella storia della Russia moderna, neanche in epoca sovietica, si era visto un tale massiccio schieramento di forze in campo.

La prima esercitazione ha visto protagonista la flotta artica nel mar di Barents, alla presenza del Presidente Putin, giunto da Mosca a bordo di un bombardiere strategico TU-160. Dallo stesso bombardiere, con Putin presente, è stato sparato un nuovo tipo di missile da crociera che ha infranto il muro del suono durante il percorso.
L'esercitazione navale ha visto il sottomarino Yekaterinburg sparare un missile balistico Sineva, che ha colpito un target in Kamchatka, dopo un volo orbitale di 28 minuti, e manovre di sommergibili nucelari, caccatorpediniere e caccia Sukhoi.
La seconda esercitazione ha coinvolto ben 16 bombardieri TU-160 e 32 TU-95MC, che hanno colpito con missili da crociera X-555 target vicino la città di Vorkuta.
La terza, denominata Kaspy-Antiterror 2005, si è svolta in Kazakhistan, ed ha visto la partecipazione di truppe degli eserciti ucraino, kazako e bielorusso, oltre a quello russo. Lo scenario era l'eliminazione di un immaginario gruppo terroristico che aveva attaccato i pozzi petroliferi kazaki.

Una spiegazione di manovre così massicce risiede nella modernizzazione della dottrina militare del ministero della difesa russo, dopo i tagli ai finanziamenti statali degli anni scorsi, peraltro annunciata dal ministro della difesa Serghei Ivanov nell'ottobre 2003.
Secondo tale dottrina, l'esercito russo deve essere in ogni momento, in tempo di pace e senza alcuna mobilitazione supplementare di risorse umane, essere in grado di assolvere a compiti bellici in due conflitti simultanei di qualunque tipo e, contemporaneamente, di far parte di una "missione di mantenimento della pace", nell'ambito di forze multinazionali.

Per certi aspetti questa strategia rispecchia quella americana, che si basa sulla capacità di sostenere contemporaneamente un grosso conflitto internazionale e due conflitti locali. Tuttavia, USA e NATO non hanno mai condotto esercitazioni massicce e complesse come quelle asiatiche di questi giorni. La Russia, evidentemente, si adegua. Economicamente e militarmente. Non dimentichiamo che sotto la presidenza Putin, a differenza di quanto avveniva all'epoca di Eltsin, una grossa percentuale delle entrate dalla vendita di petrolio sono state assegnate all'esercito ed alla sicurezza.
Non è un caso se l'Asia Times titolava il 20 agosto in prima pagina: "Shooting for money".

Alessandro Iacuelli
[e-mail omessa]

 

fonte ReporterAssociati.org

"Collapse" di Jared Diamond

martedì 30 agosto 2005, 23:35

di  Liliana Adamo
29 Aug 2005

Le civiltà occidentali come "Rapa Nui"
Se per Michael Crichton il global warming è giusto una sovrastruttura mentale, un artificio che in realtà non esiste, gonfiato a dismisura da un gruppo di maniaci ambientalisti, diversa è l'opinione di Jared Diamond, autorevole "biogeografo", psicologo evoluzionista dell'Università della California a Los Angeles, già vincitore del premio Pulitzer con il bestseller "Guns, Germs, and Steel", che spiega come alcune civiltà, di fatto, si siano indirizzate al suicidio di massa, depredando sistematicamente il proprio ambiente. Dal suo ultimo libro "Collapse: How Societies Choose to Fail or Succede" (che sarà tradotto e pubblicato in Italia soltanto in autunno da Einaudi ndr), viene un monito a tirarci fuori pericolo finché siamo in tempo.

Stimando l'enorme successo commerciale raggiunto negli States di questo splendido e sconcertante saggio, siamo portati a considerare unilaterale la sensibilità degli americani: nulla han potuto Kyoto, AbuGhraib, Guantanamo e l'unanime biasimo alla politica bellicista dei neocon e dei loro favoreggiatori; gli yankee paiono sconvolti dalle prospettive di disastro ecologico incombente sul pianeta, descritte da Diamond, invece che dalle aprioristiche rimostranze di noi europei....
Un'intera sezione ispirata al bestseller è riconoscibile fra i padiglioni del "Natural History Museum" di Los Angeles: spettacolari proiezioni di costruzioni ataviche, raggi di luci misteriose a memoria d'antiche civiltà cadute per un evento tra show e cultura, una serie dinamica d'esposizioni e discussioni intorno ai temi ambientalisti, le cui sorti sono legate alla società globale contemporanea. A questo proposito la domanda che mi pongo è se "gli irritanti rumori di fondo", tali stati ravvisati gli argomenti dell'attuale movimento ambientalista d'oltreoceano, si rianimeranno grazie alle riflessioni sollevate da un "biogeografo" di fama, o perdureranno nella consueta rotta fallimentare.

In un editoriale del New York Times, Nicholas D. Kristof, autore di reportage, ecologista e premio Pulitzer, scrive: "Da un certo punto di vista, siamo tutti ambientalisti, ora…Più di tre quarti degli americani concordano sul fatto che il nostro paese dovrebbe fare ogni cosa per proteggere l'ambiente; ma il sostegno all'ambiente fa coppia col sospetto verso gli ambientalisti. La Morte dell'ambientalismo rileva come un sondaggio del 2000 conclude che il 41% degli americani considera gli attivisti di quest'area come degli estremisti. Esistono ambientalisti seri, naturalmente, ma quelli con eccesso di zelo hanno fatto terra bruciata. La perdita di credibilità è un fatto tragico, perché d'ambientalisti ragionevoli c'è un urgente bisogno…Sarebbe un fattore critico avere un movimento ambientalista credibile, articolato e dotato di sfumature, molto rispettato. Ma ora, temo, non ce l'abbiamo."
Dunque, l'America si è persuasa alle tesi di Diamond, o solo genericamente sedotta dal proliferare di un "nuovo sentire sociale", pur diffidando dei propri attivisti cosiddetti estremi e in assenza di un movimento "articolato" (come suggerisce Kristof), dinamico sul territorio; le speranze per risollevare il problema sotto il mero aspetto politico si riducono al minimo, a danno del mondo intero.

Fronteggiare il collasso incombente non è facile; la richiesta per difenderci dal caos che abbiamo generato o dai grandi disastri naturali (come lo tsunami del sud est asiatico), ricorre alla ricostruzione di un passato ricco d'esempi rivelatori, anche quando si rimescola a miti e leggende, utopie, fantascienza o creazioni letterarie. La preistoria dell'umanità è vista come un ammonimento e un modello di prova, ma senza che si giunga ad avere risposte per sollecitare interventi, per sapere qual è la direzione. Esistono disuguali dinamicità: se da una parte la società occidentale ha imboccato la strada di non ritorno (il protocollo di Kyoto appare un trattato già scaduto, inadeguato, a dispetto del fatto che la prima potenza mondiale lo rigetti tout court), dall'altra l'indagine empirica sulle ragioni di una società organizzata che cessa di vivere e tramandarsi, è appena agli albori. Così le recenti tecnologie, nuovi sistemi d'idee e d'organizzazione collettiva in grado di risanare il pianeta ed evitare il tracollo, al momento rimangono, per gran parte, impraticabili. Di queste colpe ed omissioni la nostra civiltà dovrà renderne conto già dalla prossima generazione (e, parafrasando Kristof, non crediamo affatto d'essere degli estremisti).

L'impianto narrativo che adotta il professor Diamond si serve di un metodo comparativo basilare, descrivendo e classificando, riferendo dei problemi in modo schietto e diretto. La domanda che si pone è molto semplice ed è riportata sul retro copertina: "Perché quot; si chiede, "alcune società e non altre perdono il criterio fino ad auto-distruggersi? Perché alcune società prendono decisioni disastrose e cosa comporta questo per noi?"
Il lungo resoconto è attraversato dai tentativi fallimentari di società e d'intere popolazioni. Analizzando analogie e discordanze, un metodo già adottato in opere antecedenti (vedi "Why Is Sex Fun?: The Evolution of Human Sexuality" ), il riscontro con situazioni presenti nel nostro momento storico è a tal punto calzante che produce al lettore l'effetto di un brivido gelido lungo la schiena. Paradossale quanto la nostra civiltà conclusa nella globalizzazione, non abbia distribuito pari opportunità a tutti, invece che un'interdipendenza di disgrazie: alterazioni climatiche, modificazione degli habitat naturali, distruzione delle bio-diversità e degli ecosistemi. Le medesime fragilità e instabilità sociali e politiche, guerre globali. Certo, usiamo internet e gli aerei, ci serviamo di tecnologie domestiche che soltanto vent'anni fa erano impensabili, siamo forniti di conoscenze e competenze che potrebbero procurarci la chiave di lettura per disporre del nostro destino in modo benevolo, attuando una svolta.

Jared Diamond, studia a fondo quelli che, a prima vista, sono dati secondari e congiunturali di società primitive, sopraffatte da un disastro ecologico auto-prodotto. Fissa il corto circuito che ha annientato del tutto un lungo degrado. In questo modo remote civiltà polinesiane dell'isola di Pasqua, come i maya e i vichinghi dell'antica Groenlandia, si pongono a confronto, in ordine "scientifico", con gli Stati emergenti del Terzo Mondo come il Ruanda, Haiti, la Repubblica Dominicana; paesi che difficilmente potranno sopravvivere al disordine, alla disorganicità, con governi scriteriati, povertà e sovrappopolazione. Del resto, anche paesi apparentementi forti sui mercati globali come la Cina, l'Australia, gli stessi Stati Uniti, sistemi organizzati e complessi mostrano già le loro crepe, le sindromi di sperpero e decadenza.

Gli antichi "Moai" simboli di potere e solitudine.
Storia eclatante quella di Rapa Nui o Te Pito o te Henua, o comunemente detta, Isola di Pasqua (nome datogli da Jacob Roggeveen nel giorno di Pasqua del 1722). E' in questa roccia di 166 Kmq, nata dai vulcani del profondo Oceano Pacifico, una terra vuota e desolata dove oggi non c'è più nulla e nessuno, se non mandrie di cavalli allo stato brado che corrono sulle piatte e aride colline e i grandi, solenni Maoi, a testimonianza di un'oscura traccia, che Diamond ravvisa il germe, il sintomo premonitore per le società occidentali. Affascinante teoria, certo, non priva di un certo fondamento; il microcosmo e l'ecosistema di questo lembo remoto, al largo delle coste cilene, rappresentano emblematicamente la "nostra terra", l'ambiente che abbiamo manipolato e trasformato.

L'originaria Rapa Nui, prima di mutare nel simulacro di un'autodistruzione collettiva, era un'isola verdissima, con grandi e rigogliose foreste di palme e toromiri, (ne sono stati analizzati i pollini). Unica oasi per moltissimi chilometri, traboccava d'ogni specie d'uccelli, d'acqua e di terra, sule, gufi, aironi, rallidi e pappagalli. Intorno al 400 d.c., i Polinesiani delle tribù Maori, vi portarono galline, roditori commestibili e perfino maiali; al posto delle palme interrarono banani, canne da zucchero, tari, patate dolci. Il suolo d'origine vulcanica di Rapa Nui era talmente generoso che le piante coltivate si duplicavano con una facilità miracolosa. I Maori cominciarono a disboscare le foreste per avere sempre più terreni a disposizione e i roditori fecero la loro parte, divorando i semi degli arbusti autoctoni. Per costruire canoe e trasportare le sculture in pietra dei Moai, si disboscarono le foreste in modo inesorabile, finché nel giro di un millennio, sull'isola non rimase un solo albero; le piogge corrosero il suolo privo di vegetazione, causando l'impoverimento della terra e dell'agricoltura. Una serie di calamità a catena avvennero nel momento stesso della massima incidenza demografica (i Maori erano arrivati a 9000) e il terreno eroso provocò la siccità dei corsi d'acqua che prosciugarono.

Privi del legno per costruire imbarcazioni e catturare pesci e delfini (di cui si cibavano), i Maori e le gigantesche sculture di pietra rimasero "imprigionati" a Rapa Nui, per sempre. Mangiarono tutti i polli, poi tutti gli uccelli originari dell'isola. Fu sterminata ogni forma di vita vegetale e animale, cosicché iniziarono a mangiarsi tra loro, a mettere in pratica il cannibalismo. I gruppi di famiglie, costretti all'antropofagia per sopravvivere, intrapresero guerre sanguinarie e quando nel 1722 l'olandese Roggeveen, sbarcò sull'isola, rinvenne centinaia d'ossa ammucchiate in una terra sterile e pochi sventurati che guerreggiavano per sfamarsi. Molte statue dei Moai erano state distrutte, la ferocia dei loro creatori si abbatt�come una mannaia per cancellare finanche le "personificazioni" di un potere con cui gli antichi capi avevano dissipato la natura rigogliosa dell'isola e dunque la vita. Un potere che, alla fine, li aveva annientati.

Siamo ben consapevoli che Rapa Nui o comunemente detta Isola di Pasqua, nella sua "magnifica desolazione", è soltanto una roccia sperduta nell'Oceano, al largo del Cile, battuta dalle tempeste e racchiusa nelle sue cupe leggende. Ben altro è il mondo occidentale, nei suoi insiemi sociali e culturali dove si dipanano le catastrofi descritte da Jared Diamond e dove, tuttavia, agiscono persone e collettività dotate di volontà, sensibilità, capacità di decisione e d'azione.
Alle nostre società, Diamond indica una valutazione e un mutamento radicale. Ognuno di noi è l'esito delle sue preferenze, ma esistono ancora margini dove far ricadere le nostre scelte?

Liliana Adamo
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Così Israele conobbe la Nakba

martedì 30 agosto 2005, 23:34

di  Stefano Minutillo Turtur
28 Aug 2005

Con lo sgombero dell'insediamento di Netzarim, si completa la prima parte del piano di disimpegno unilaterale fortemente voluto dal premier israeliano Ariel Sharon. La prima fase del piano ha riguardato il ritiro degli insediamenti dal territorio della Striscia di Gaza. La seconda ed ultima fase riguarderà lo sgombero di quattro colonie nel nord della West Bank: gli insediamenti di Homesh, Sa'Nur, Gadim e Kadim. Gli ultimi due già abbandonati nei giorni scorsi; i primi due, invece, promettono una dura resistenza all'abbandono forzato.

In questo eccezionale momento storico, Israele, o meglio la parte della società israeliana formata soprattutto dai coloni, sta vivendo la sua Nakba, ovvero l'espulsione forzata dalle proprie case e dalla propria terra. Stiamo parlando di generazioni di ebrei che non hanno conosciuto direttamente l'Olocausto. Il piano di ritiro da Gaza e dalla Cisgiordania è l'effetto degli accordi stipulati tra governo israeliano e governo palestinese nell'ambito della dissepolta road map, accordo di pace che ancora non si capisce se è effettivo e realizzabile o è uno dei tanti tentativi nei quali si è sempre spenta la speranza di una convivenza tra i due popoli.

La "restituzione di porzioni di territorio all'Autorità Nazionale Palestinese in cambio della sicurezza dello stato israeliano", contenuta nelle disposizioni dell'itinerario/processo di pace, non affronta quelle concessioni fondamentali per il governo palestinese, affinché quest'ultimo ottenga l'autorità necessaria per sedare la resistenza della popolazione.

Sharon, nel realizzare il ritiro dal territorio di Gaza, ha ceduto ai palestinesi una parte esigua delle terre rivendicate da questi, restituendo un'area che Israele non è mai riuscita a controllare completamente. Un territorio che, a dispetto di muri, reticolati e tecnologiche misure di sicurezza, non è mai stato considerato sicuro dagli stessi vertici militari israeliani, rivelandosi al contrario molto costoso ed infruttifero ai fini strategici.

Tutto questo è confermato dal discorso che il premier israeliano ha tenuto alle televisioni nazionali qualche giorno fa: il ritiro da Gaza è stato reso necessario dal periodo storico che si sta vivendo, caratterizzato da una grande spesa per migliorare gli apparati di sicurezza contro possibili attentati da parte del cosiddetto "terrorismo internazionale". Gli alti costi sostenuti per il fallimentare controllo della striscia hanno determinato il ritiro dell'esercito e lo sgombero delle colonie, ormai prive di protezione. Le risorse, ha continuato Sharon, saranno destinate nell'implementare un maggior controllo della Cisgiordania.

È questo il vero obiettivo politico del piano di disimpegno realizzato da Sharon. Nel mostrare all'alleato americano ed a tutto il mondo il grande sacrificio e la forte volontà d'Israele nella ricerca di un compromesso di pace col vicino palestinese, Sharon maschera l'irrigidimento delle posizioni militari israeliane nella West Bank come un'importante e storica concessione di benevolenza e pacifismo.

Invece, rafforzerà la presenza militare nella regione e nelle principali colonie presenti sul suo territorio; un territorio strategicamente importante per quanto riguarda la questione dei confini dello stato israeliano e per la ricchezza di risorse e di spazi di cui gode. Si tratta della Cisgiordania, o meglio, della West Bank: terra e principale rivendicazione del popolo palestinese.

La concessione israeliana è comunque accettabile, nell'ottica di un raggiungimento del dialogo tra le parti, seppur a piccoli passi ed attraverso piccole concessioni.
Questa volta, la strategia israeliana si è imposta anche attraverso il sacrificio dei stessi coloni, da sempre sfruttati dai governi di qualsiasi colore per fini strategici e politici. Da avamposti dell'occupazione militare, bersagliati costantemente dagli attacchi dei vicini palestinesi, a capro espiatorio della colonizzazione.

Triste destino di chi spera nell'ideale biblico della terra promessa.

Sharon non è cambiato. Il falco non si è tramutato in colomba; resta un militare ambizioso pronto a tutto, che da anni sta trasferendo la propria esperienza cruenta di guerra ed occupazione nella politica, perseguendo i suoi obiettivi sulle spalle di chiunque. Anche del suo stesso popolo.

Stefano Minutillo Turtur
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Mrs. Sheehan, il Presidente non ha tempo per lei

martedì 30 agosto 2005, 23:29

di  Bianca Cerri
27 Aug 2005

Ci sarebbe voluto poco per rispondere a Cindy Sheehan, la donna che da 15 giorni staziona fuori della residenza estiva di George Bush in attesa di sapere perchè suo figlio sia rimasto ucciso dopo due sole settimane di missione in Iraq, ma il presidente è un duro e alle madri dei soldati morti preferisce quelle che i figli li lasciano a casa per andare in guerra, previo opportuno indottrinamento. Gli americani hanno già riportato 1850 perdite, 1721 delle quali dopo l'arresto di Saddam Hussein, e 42.500 feriti, ma alla Casa Bianca interessa solo il fatturato della pantagruelica Bechtel che non aveva più incamerato profitti tanto alti dal 1960. Sembra sia inutile temere il fuoco dell'inferno prima di aver conosciuto le temperature del Texas ad agosto, ma George Bush ha scelto Crawford, che si trova proprio nel cuore del Texas, per costruirsi il ranch che aveva sempre sognato.

La tenuta è circondata da un'alta volta di filo spinato e non ci sono cartelli che indichino il nome del proprietario. E' qui che il 6 agosto scorso è venuta ad accamparsi Cindy Sheehan, la cui presenza è stata tollerata fino al momento in cui ha iniziato ad assumere una valenza politica.

A Bush non è andato giù che anche quando Sheehan ha abbandonato il ruolo di madre dolente per assumerne uno più determinato, alcuni residenti della zona abbiano ugualmente concesso a lei ed ai suoi sostenitori di stazionare sulle loro terre ed ha chiesto al governatore Perry di inviare subito una decina di aerei Predators dotati di regolamentari missili Hellfire. Sia ben chiaro: non tutti gli abitanti di Crawford simpatizzano con la donna, c'è stato persino qualcuno che è arrivato a sparare colpi di fucile per consigliarle di stare alla larga dal circondario e la polizia controlla continuamente i movimenti dei manifestanti per ricordare loro chi comanda in Texas ma Sheehan è decisa a restare fino a quando il presidente non accetterà di mettere fine alle operazioni in Iraq.

L'improvviso arrivo dei pacifisti ha invece fatto felice la stampa locale, che in estate non ha a disposizione che qualche barbecue di beneficenza per riempire le pagine dei giornali e ancora non riesce a credere a tanta fortuna. I giornalisti texani hanno messo subito da parte i barbecue per affondare le mani nella vita privata di Sheehan speculando non tanto sulla sua protesta quanto sul recente divorzio dal marito. Anche la stampa nazionale si è gettata come un avvoltoio sulle vicende pubbliche e non di questa madre colpita dalla tragica morte del primogenito in una guerra nella quale ormai credono in pochi. Com'era prevedibile, i giornali repubblicani le hanno gettato addosso tonnellate di fango, descrivendola come un personaggio sordido. Quelli democratici ne esaltano il "grande coraggio" e i bollettini religiosi la paragonano, com'era scontato, alle pie donne ai piedi della croce.

Cindy Sheehan non ha mai avuto a che fare con i media prima della morte del figlio ed è probabile che non si sia ancora resa completamente conto della mendicità e della volgarità di cui sono capaci le associazioni composte da potere politico e stampa di parte. O forse non ha mai riflettuto sull'appropriazione indebita del mondo da parte delle più infime categorie di mercanti dell'astrazione e c'è da augurarsi che lo capisca prima che, come direbbe Norman Mailer, l'odore della carne bruciata delle vittime sacrificate sull'altare dei potenti impesti l'aria attorno alla sua tenda. E se è vero che le è servito molto coraggio per sfidare Bush, farà bene a trovarne altrettanto per resistere ai democratici che stanno vigliaccamente tentando di manipolare la sua protesta. Perchè se è vero che alcuni rappresentanti minori del partito sono corsi a farsi fotografare assieme a lei, è anche vero che la spina dorsale non ha alcuna intenzione di mettere fine al bagno di sangue in Iraq.

In una votazione per autorizzare altri 80 milioni di dollari di spese militari, il 100% dei democratici ha detto sì. E Hillary Clinton, l'esponente più autorevole del partito, è apparsa vestita come una regina ad una riunione soltanto per dire che a chiare lettere che l'America non rinuncerà mai all'Iraq, checchè ne dica quella sciattona di Cindy.

Bianca Cerri
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Distratti sull'uranio

martedì 30 agosto 2005, 23:28

di  Marco Mostallino
26 Aug 2005

Il dottor Armando Benedetti si presenta a Palazzo Madama mercoledì primo giugno alle 14,30. In quanto "esperto qualificato in radioprotezione del Centro interforze studi per le applicazioni militari" (Cisam di Pisa), Benedetti è stato convocato in audizione dalla Commissione d'inchiesta del Senato sull'uranio impoverito: deve dire cosa i tecnici delle forze armate italiane pensano della morte di almeno ventitre soldati e dei tumori e leucemie che hanno colpito altri duecento militari al ritorno dalla missioni all'estero.

Il Cisam è il centro hi tech della nostra Difesa, ha un reattore nucleare proprio, esegue analisi e ricerche sulle armi radioattive, chimiche e batteriologiche. Di fronte ai senatori presieduti dal leghista Paolo Franco, il dottor Benedetti esordisce con disarmante sincerità: "Abbiamo un rammarico - si legge nella trascrizione ufficiale della seduta della Commissione - dal punto di vista scientifico: per vicissitudini interne al Cresam (un ente parallelo al Cisam, ndr), a sua volta erede del Camen, non ci siamo accorti dell'impiego dell'uranio depleto (sinonimo di impoverito, ndr) in Bosnia".

Dopo la guerra in Bosnia, l'Italia inviò centinaia di soldati come forza di interposizione tra serbi e musulmani: il primo morto "ufficiale" per sospetta contaminazione da uranio impoverito fu il sottufficiale Salvatore Vacca, 23 anni di Nuxis (provincia di Cagliari), deceduto per leucemia nel 1999 al rientro dalla Bosnia per una licenza.

"In sostanza - prosegue il dottor Benedetti parlando con i senatori - avendo altri problemi relativi ad un improvviso cambio di contratto per il personale civile, non ci siamo soffermati su questo argomento e non abbiamo avvertito lo Stato maggiore della Difesa. Dico ciò - spiega il tecnico che lavora per le forze armate - perché all'epoca ci interessammo dell'uranio impoverito sia in relazione ai carri con protezione all'uranio depleto (l'uranio si usa nei proiettili anticarro per fondere le corazze, ndr), che il ministero della Difesa voleva acquistare, sia in relazione a tutti gli altri problemi riguardanti questo materiale in funzione di un suo possibile utilizzo militare e civile in Italia". In sostanza, per dirla con Benedetti, i controllori della salute dei nostri soldati erano troppo impegnati col proprio stipendio per occuparsi di quanto avveniva in Bosnia.

Eppure, secondo lo studioso, al Cisam non mancavano i mezzi per svolgere un buon lavoro. "In Kosovo, al contrario - racconta Benedetti alla Commissione - siamo
intervenuti in maniera tempestiva. Gli italiani, se non sbaglio, sono entrati in Kosovo nell'ottobre 1999 e a novembre avevamo già inviato allo Stato maggiore le norme di comportamento per i soldati che si fossero avvicinati a carri o a zone colpite". Peccato che quel manuale, che sulla copertina ha disegnati un teschio con le ossa e il simbolo della radioattività, non sia mai stato diffuso tra le truppe nella ex Jugoslavia: ma questa è un'altra storia.

Marco Mostallino
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Irak: la democrazia del BADR

martedì 30 agosto 2005, 23:26
di  Tusio De Iuliis
25 Aug 2005

Dora, circondata da decine di check point di marca americana e della nuova polizia irachena, come Falluja, vive il suo dramma nella più taciuta omertà dei mezzi di informazione.
Dora, è lontana da Baghdad, mezz'ora circa di macchina la divide dal centro della città; la raggiungi passando tra la grande raffineria di "Al-Dora, "difesa" durante la guerra da sparuti gruppi di scudi umani, i poderosi "silos" di cereali, per inoltrarti subito dopo in un immenso e vasto mare di palme.
Dora è un quartiere di circa 400.000 abitanti, sconosciuta alla maggior parte dei giornalisti; è sede del grande collegio-scuola della Chiesa cattolica Caldea, una volta diretto da padre Joseph Habbi, membro dell'Accademia delle scienze dell'Iraq e docente presso l'università Cattolica di Roma, morto nel 2001 in territorio giordano, a causa di un dubbio incidente stradale sulla strada che da Baghdad conduce ad Amman.

Fin dai primi giorni del "dopo guerra", Dora è stata sempre molto attiva nella resistenza all'occupazione americana. Le notti sono scandite dalle esplosioni che si susseguono lungo la "linea veloce" che la percorre e la taglia in due; qui i mezzi blindati americani poche volte riescono a passare indenni e sistematicamente, ad ogni attentato, le "reazioni" della coalizione e del governo si abbattono indiscriminatamente e pesantemente sulla popolazione civile.

Così, in piena estate, tra i 55 e i 60 gradi all'ombra, anche le poche ore di erogazione di corrente elettrica (appena due), ad oltre due anni dalla "fine" della guerra, viene sistematicamente interrotta. Così vale per quella "salubre" acqua all'uranio impoverito che i bambini iracheni sono costretti a deglutire per non morire di sete. Lo stesso accade per i telefoni. Isolati, maledettamente isolati, da Dio, dagli uomini e dal resto del mondo "civile". Operazioni sistematiche, che si rivelano di pura criminale ritorsione, per costringere in qualche modo la popolazione, alla "collaborazione" e alla delazione.

La democrazia cammina così a Baghdad, con i nuovi cartelloni pubblicitari che fanno capolino lungo la Al-Saddon , con l'invito a frequentare le nuove palestre "ARNOLD Classic GYM". Qui a Dora come ad Adhamiya, come a Falluja o a Baquba, come a Samara, spiccano le attività di sedicenti militari governativi, che operano liberamente, senza nessun controllo, anzi in piena e sfacciata legalità occupante. In realtà sono veri e propri squadroni della morte e del terrore; il braccio armato del "Consiglio della Rivoluzione Islamica" e della CIA, è riconoscibile sotto le insegne dell'Organizzazione "Badr", diretta da Abdel Aziz Al-Hakeem, fratello dell'Imam, Mohamed Baker Al-Hakeem, ucciso a Najaf..

Il "Consiglio della Rivoluzione Islamica", insieme al partito "Al-Dauaà", hanno dato vita alla "Lista dell'Alleanza Unita", di cui grande consigliere politico è l'Imam Al Sistani. Nel frattempo la coalizione dei partiti dell'Alleanza sciita ha occupato tutti i posti e i ruoli chiave di comando, nell'esercito e nella polizia.
Nessun dubbio, Negroponte, ha fatto un buon lavoro.

Martedì 17 Maggio, forze "speciali" del Ministero dell'Interno provenienti da Hilla e il Battaglione Wolf, hanno arrestato 52 musulmani sunniti dal quartiere Al-Sha'ab che fà parte del comprensorio di Adhamiya. Dieci ore dopo, 13 cadaveri sono stati lasciati della zona. I segni indicavano che erano stati torturati barbaramente prima di essere uccisi. Pochi giorni dopo, stessa sorte per un gruppo di 15 agricoltori residenti nella città di Al-Mada'in, a Sud-Est di Baghdad, venuti a Baghdad per vendere i loro prodotti. La stessa squadra di forze di sicurezza, li ha arrestati e i loro corpi, dopo qualche ora, furono trovati in una discarica in località "Kasra Wa Atash" ad Est di Baghdad. Avevano le mani legate, con evidenti segni di tortura sul corpo, fratture alle ossa e al cranio.

Erano solo agricoltori, religiosi e fedeli, modestissima e povera gente, nulla che potesse in qualche modo avvicinarli alla resistenza e tanto meno al terrorismo; ma erano sunniti e tanto basta oggi in Iraq per essere massacrati.

Quel giorno, la signora Om Sara (mia vicina di casa) era sola con sua figlia di 10 anni; puntando le armi alle tempie delle due donne, sei poliziotti alla ricerca di armi (che non trovarono), decisero di non andarsene a mani vuote: le derubarono del loro gigantesco e prezioso generatore di corrente.Da quel momento, più di dieci famiglie restammo senza luce elettrica che ci veniva fornita gratuitamente. Questi orrori accadono in ogni momento del giorno e della notte.

Le voci camminano più veloci delle pallottole per le strade di Dora e le notizie, si susseguono e si rincorrono, una più terribile dell'altra, di atrocità commesse o in atto, a Mikanik o Al-Boethea. Gli squadroni spadroneggiano, spalancano le porte delle case, arrestano e rubado ogni cosa, dai computer, denaro, gioielli: qualunque cosa che abbia un valore.Gli arresti di giovani, per strada o nelle case, da parte degli uomini del Badr non si fermano; il 21 agosto, a Dora, alcuni ragazzi e uomini sunniti sono stati presi e fermati; le voci dicono che sono stati tutti uccisi.

Il giovane Wessam Abdul Ridha, venticinque anni, studente presso l'Accademia di Belle Arti, bravissimo calligrafo e fotografo, è stato anche lui ucciso, mentre con la sua macchina tornava a casa. Era uno splendido ragazzo colpevole di nulla. L'ultima volta che ci vedemmo, fu a cena, nella sua casa. Ancora pochi giorni fa, circa settanta ragazzi, sono stati arrestati al mercato della frutta di Al-Dora, poi mostrati in televisione, come fossero stati dei pericolosi terroristi.

Insomma si solidifica la "democrazia" in questo Paese, costata 2.500.000 morti innocenti, la distruzione dell'Iraq, la sua divisione per il controllo e la rapina del suo petrolio, che ha riportato il Paese indietro di cent'anni.

Nessuno in occidente e nemmeno in Iraq, si sognerà mai di erigere monumenti a questi ragazzi, vittime del più devastante terrore che, fuori di qui, si chiama democrazia.

Tusio De Iuliis
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fonte: ReporterAssociati.org

Biko: morto il suo torturatore

martedì 30 agosto 2005, 23:23

di  Nardino Cosmai
24 Aug 2005

Tshwane - Steve Biko lo aveva detto:" Il giorno che mi prenderanno, mi ammazzeranno, perché io o li picchierò o mi farò picchiare fino a farmi ammazzare".
Non ci pensò due volte Gideon Nieuwoudt, il poliziotto abituato a torturare e uccidere studenti neri fermati durante le manifestazioni di protesta, trascinati nel carcere di Port Elizabeth per poi, molti di loro, bruciarli vivi e farli sparire dalla circolazione.
Non ci pensò due volte il tenente colonnello Gideon Nieuwoudt e prese a torturare Biko e poi, non soddisfatto, a spaccargli la testa con una spranga per finirlo, in quel carcere dove venivano sbattuti a centinaia i giovani neri e ognuno di loro con la semplice colpa di reclamare la fine dell'odio razziale.

Ora però Gideon, il poliziotto torturatore, dopo 28 anni dai massacri, se ne è andato dalla faccia della terra senza però dimenticarsi di portarsi addosso i suoi bagagli colmi di altre storie pesanti, come le accuse di omicidio nei confronti di suoi tre colleghi - neri anche loro- e di un pentito che minacciava di rivelare altri dettagli di quei delitti e di altre efferatezze.

Steve Biko, 31 anni, studente in medicina e leader della lotta anti-apartheid, fu picchiato selvaggiamente mentre si trovava in stato di arresto per aver "insultato" un poliziotto. Dal carcere di Port Elizabeth, ormai in fin di vita, venne poi trasportato a morire lontano oltre mille chilometri, in un ospedale di Pretoria (oggi la città si chiama Tshwane "siamo tutti uguali", un significato che forse rende giustizia a tutti quelli che morirono per essere "tutti uguali" , un nome che sarebbe piaciuto sicuramente a Biko). Biko, fondò alla fine degli anni '60 il movimento "Black Consciousness" , espressione della generazione di giovani neri che attraverso nuovi ideali cercavano di ridare impulso alla lotta antirazzista e antisegregazionista dopo la messa fuorilegge, l'arresto e la condanna all'ergastolo nel 1964 di Nelson Mandela, leader dell' Anc (African National Congress).

Steve Biko non predicava l'odio razziale, perché- diceva - non si combatte con l'odio e invitava i giovani neri a distinguere tra i bianchi e il loro governo. Lo faceva ricordando dignità e fierezza al suo popolo. Ma era considerato troppo pericoloso per il regime di Botha: ed ecco perché venne torturato e ucciso.
La morte di Biko fece il giro del mondo e indignò. La sua vicenda ispirò anche un film, "Grido di Libertà", e canzoni, come quella di Peter Gabriel che colpisce al cuore martellandolo dolcemente ma con rabbia: "... potete spegnere una candela ma non potete spegnere un fuoco, una volta che le fiamme cominceranno ad attecchire, Il vento le soffierà più in alto…Oh Biko, Biko, perché Biko Yihla Moja, Yihla Moja. L'uomo è morto. E gli occhi del mondo, ora, lo stanno guardando ora, lo stanno guardando ..."

Nardino Cosmai
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Campanelli asiatici

martedì 30 agosto 2005, 23:21

di  Alessandro Iacuelli
23 Aug 2005

Non è bastata la visita di Donald Rumsfeld a Bishkek, nel tentativo di riaffermare la posizione USA in Kirghizistan e, in generale, nell'area dell'Asia Centrale ex-sovietica. La visita, che ha toccato tutte le basi militari americane nel Paese, è avvenuta dopo che Kurmanbek Bakiyev, appena eletto Presidente della piccola ma strategica repubblica centroasiatica, ha dichiarato come prima cosa che "occorre riconsiderare la presenza delle basi americane sul territorio nazionale". Si deve ricordare che tali basi sono state istituite come supporto alle operazioni militari in Afghanistan. Secondo Bakiyev ora possono essere eliminate, essendo "sotto controllo" la situazione nella regione.

In realtà, i leaders del blocco noto come SCO (Shanghai Cooperation Organization), durante il loro summit in Kazakhistan all'inizio del mese, erano stati molto precisi nel richiedere agli USA "to set a deadline for removing its troops from bases in Central Asia."

Negli scorsi mesi una serie di "rivoluzioni" stranamente pacifiche e quasi tutte filoamericane, hanno fatto "cadere" i governi filorussi, di Ucraina, Georgia, Kirgizistan.
Dopo tali "rivoluzioni", se si considerano le basi americane di supporto alle operazioni in Afghanistan, ci accorgiamo che tra Kazakhistan, Kirgizistan, Turkmenistan e Tajikistan ci sono in tutto già circa 100.000 militari americani, con mezzi terrestri ed aerei, disposti in pieno territorio ex sovietico, a ridosso della stessa Russia, ed a pochi chilometri dal confine cinese.

Non appare quindi assolutamente casuale la nascita, nello scorso giugno, dello SCO, trattato di cooperazione con lo scopo esplicito di contrastare il nuovo ordine mondiale imposto dagli USA e proporne uno alternativo. Sono entrati subito a far parte dello SCO Kyrgyzstan, Kazakhistan e Uzbekistan, poi Iran, India e Pakistan (solo con lo status di osservatori).

La nuova alleanza russo-cinese ha subito riproposto, secondo alcuni osservatori, un clima che per certi versi ricorda quello della guerra fredda nei confronti degli USA. Ovviamente il nocciolo della questione è la presenza militare americana in Asia, ora esplicitamente indesiderata.
Dall'altro lato, il "Times" di Londra ha scritto giorni fa che, con l'apparizione dello SCO sullo scenario geopolitico, "il grande gioco" della guerra fredda ricomincia.
In tale articolo, si sostiene che Russia e Cina cercano di essere protagoniste ed incrementare la propria influenza in Asia Centrale, a discapito di USA ed UE. Sono molte le voci che parlano già, in modo più o meno speculativo, di "nuovo great game".

Anche Al-Jazeera riporta ed analizza quanto al momento l'amministrazione Bush, che ovviamente non ha alcuna intenzione di rimuovere le basi, stia soffrendo la nuova alleanza asiatica che progredisce sotto tutti i fronti, non ultimo il progetto di unione monetaria tra Russia e Bielorussia in fase di attuazione.
Intanto il nuovo blocco effettua dal 18 al 25 agosto delle esercitazioni militari congiunte russo-cinesi e non di nascosto, ma sotto gli occhi dei satelliti-spia americani, in modo da poter mostrare i muscoli pubblicamente. Di sicuro tali esercitazioni costituiscono un segnale tangibile del rafforzamento dell'alleanza tra Hu Jintao e Putin.
Nei prossimi mesi potremmo assistere ad una nuova contrapposizione diplomatica e politica tra USA ed il blocco asiatico. Il Nuovo Ordine Mondiale può attendere.

Alessandro Iacuelli
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Margalit: "La destra israeliana realizza il programma della sini

martedì 30 agosto 2005, 23:19

di  Gennaro Carotenuto
21 Aug 2005

Meir Margalit è uno degli intellettuali israeliani più interessanti se si vuole intendere la realtà del medio oriente dal punto di vista pacifista. Nato in Argentina, vive in Israele dalla fine degli anni '60. È un paladino -uno dei pochi che restano- della convivenza possibile tra israeliani e i palestinesi. Per quella sua abitudine a vestirsi da muratore ed andare a ricostruire insieme ai palestinesi le case che Tsahal, l'esercito israeliano, distrugge, è stato di recente definito dal quotidiano catalano "La Vanguardia" come "il Nelson Mandela israeliano". Lo troviamo occupatissimo ma disponibile come sempre nel suo ufficio di Gerusalemme.

D. I non israeliani guardano alla ritirata da Gaza con un misto di sorpresa e scetticismo. Appare un evento che sta a metà tra l'essere fondativo di una nuova stagione della vita dello stato ebraico e l'apparire come una trappola per rafforzare la politica coloniale.

R. Non c'è dubbio che il ritiro dalla striscia di Gaza sia un evento sommamente importante nella storia d'Israele. Ma la grande domanda è cosa succederà il giorno dopo la fine dell'evacuazione".

D. La sensazione è che si possa trattare di un ripiegamento tattico.

R. Non è possibile prevedere quale sarà il cammino futuro che sarà adottato dal governo d'Israele. Se Ariel Sharon continuasse con il processo di ritiro potremmo essere di fronte alla fine di più di 100 anni di conflitto. Se invece deciderà di congelare il processo, oppure addirittura rafforzare le colonie in Cisgiordania, allora scoppierà una terza Intifada che sarà ancora più sanguinosa delle precedenti".

D. I segnali giunti finora non inducono all'ottimismo e il quadro politico israeliano gira da tempo a destra:

R. Da una parte ci sono le dichiarazioni dello stesso Sharon e dei suoi collaboratori (come il famoso rapporto di Dov Waisglas al quotidiano Haaretz, ndr) nel quale lui stesso afferma che con Gaza finiscono i ritiri e che adesso è il momento di rafforzare le colonie in Cisgiordania. D'altra parte però il ritiro mette in marcia una dinamica che a volte può essere più forte dei propositi politici. E io credo che a partire da Gaza possa darsi una dinamica che ci porti a restituire più territori e rafforzi il processo attuale. Questo lo sappiamo noi storici ed i sociologi, ma dimostrano di saperlo perfettamente gli stessi coloni che stanno già combattendo oggi la battaglia di domani mentre invece altre componenti della società israeliana continuano a combattere oggi battaglie di ieri".

D. Stai dicendo che con il ritiro di Gaza stiamo già assistendo in sedicesimo al conflitto che verrà in caso di ulteriori restituzioni? Per gli ultrareligiosi il cuore dell'identità ebraica non sta a Gaza ma in Giudea e Samaria, che è come in Israele si denomina la Cisgiordania.

R. La battaglia in corso oggi non ha come obbiettivo annullare il ritiro da Gaza, ma evitare che in futuro Sharon o qualunque altro governo pensi di evacuare la Cisgiordania. Questo è quanto è in gioco in questi giorni. La destra sa perfettamente che a Gaza non abbiamo radici storiche e che è assolutamente insostenibile il mantenimento di quei territori. Ma i coloni vogliono dare una dimostrazione di quanto sono disposti a fare in caso di evacuazione della Cisgiordania: una guerra feroce e spargimento di sangue".

D. C'è la sensazione che il movimento pacifista sia isolato dalla dinamica reale degli eventi.

R. Per il movimento pacifista Gaza impone un ripensamento. In primo luogo ci stiamo domandando se la vecchia idea di smantellare tutti gli insediamenti continui ad essere praticabile. La mia impressione è che nessun politico di questa generazione sarà capace di smantellare le colonie in Cisgiordania. Se ho ragione l'idea dei due stati per due popoli (quella sulla quale sono incagliati da decenni tanto i progressisti israeliani come quelli del resto del mondo, ndr) diviene irrealizzabile ed allora bisogna cominciare a parlare seriamente del progetto alternativo di uno stato binazionale. In secondo luogo, anche se capisco che sembri del tutto contorto, molta gente di sinistra sta valutando l'ipotesi se non valga la pena, nell'immediato, di votare per la destra".

D. Innumerevoli dimostrazioni nella storia vanno in questo senso; paci impossibili sono state firmate da feroci bellicisti mentre le peggiori "riforme" liberali sono compiute da governi almeno nominalmente di sinistra. Tutto sta al potersi coprire l'ala scoperta.

R. Nel nostro caso specifico gli unici leader che hanno restituito territori sono quelli di destra, Begin, Sharon, perfino Bibi (Netanyahu, ndr) ha restituito parte di Hebron. Se il laburismo oggi non ha figure di livello e solo la destra può avere la forza per restituire territori, a molti di noi sta passando per la testa di appoggiare Sharon nelle prossime elezioni".

D. Il ritiro e il conflitto con i palestinesi fagocitano completamente il conflitto sociale israeliano che con Sharon e Netanyahu ha vissuto anni di feroce neoliberismo. Oggi dello stato sociale israeliano beneficiano quasi solo i coloni. Il tuo punto di vista - sei stato consigliere comunale a Gerusalemme per il Meretz, il più importante partito alla sinistra dei laburisti - esprime un paradosso preoccupante.

R. E' che stiamo vivendo un processo paradossale. Da una parte la sinistra sta vivendo uno dei peggiori momenti della sua storia. Non ci ascoltano, non ci vedono, è come se fossimo evaporati. Ma dall'altro lato la destra israeliana sta implementando il programma politico che la sinistra si propone di realizzare da più di 30 anni. Noi vogliamo ritirarci dai territori ed è quella destra che sempre vi si è opposta che "de facto" sta realizzando il nostro programma politico. Così che non siamo mai stati peggio ma allo stesso tempo non siamo mai stati meglio. In questi giorni la nostra gente sta vivendo una grande soddisfazione e non è disposta a criticare Sharon, a prescindere dal fatto che le sue dichiarazioni non inducano all'ottimismo rispetto allo sgombero della Cisgiordania".

Gennaro Carotenuto
www.gennarocarotenuto.it

fonte: ReporterAssociati.org 

Delfini, vacanze e delocalizzazione

martedì 30 agosto 2005, 23:17

di  Bruno Ballardini
20 Aug 2005

L'insostenibile leggerezza della nostra classe dirigente
Da tempo si parla del declino dell'azienda Italia ma nessuno ha il coraggio di indicarne le cause, nemmeno il presidente Ciampi. Quando un'azienda si avvicina al fallimento, la responsabilità è solo e soltanto dei suoi dirigenti. L'Italia è l'unica azienda al mondo in cui i dirigenti non vengono mai sostituiti se sbagliano e nessuno può criticare il loro operato. Avviene in tutti settori, dal pubblico al privato alla politica. La colpa è sempre di qualcun altro: della guerra, dell'Euro, della recessione mondiale, magari dei cinesi.

Il rapporto sull'industria italiana presentato dalla Cisl nel febbraio scorso (relativo al 2004) parlava di 3267 aziende in crisi, con 193mila lavoratori direttamente coinvolti dagli ammortizzatori sociali: il 41,3% in più dell'anno prima. Per il 2005 la tendenza resta la stessa. Ma di che stoffa è fatta la nostra classe dirigente? Facciamo degli esempi. La Fiat è stata da sempre uno dei nostri principali motori economici. Ora, se il management Fiat è lo specchio del management italiano, è il caso di riflettere. Il modello a cui tende ancora, almeno idealmente, buona parte della nostra imprenditoria sta dando una pessima immagine di sè. L'ultimo trend nelle strategie della casa torinese è quello di dedicare più attenzione alla comunicazione che al prodotto.

Ora tutto è nelle mani di Lapo Elkann, responsabile marketing e commerciale per Fiat Auto e relazioni esterne per il gruppo. Classe 1977, e già con un curriculum internazionale di tutto rispetto che vanta perfino una collaborazione in qualità di assistente personale di Henry Kissinger nel 2001 a New York, Elkann appena insediato annuncia nuove politiche d'immagine che dovrebbero contribuire a creare il mito Fiat ("Trasformeremo la vecchia Fiat in love mark") ristabilendo così l'immagine perduta. Ma la verità è ben altra: il declino d'immagine Fiat dipende dal declino delle sue linee produttive e se non si dà la priorità a questo aspetto sarà dura. E' questo il paradigma più diffuso nell'imprenditoria italiana: credere che basti intortare il pubblico con una comunicazione accattivante, pur mantenendo inalterato un prodotto mediocre o vecchio, e si riesce a venderlo ancora.

Il giovane Elkann annuncia dunque con arrogante modestia le sue innovazioni. Anche quest'ultima dote - l'arrogante modestia - è un'innovazione rispetto alla tradizionale arroganza di casa Agnelli. Un finto low profile è più che opportuno dovendo prendere in mano le sorti dell'azienda in un momento come questo. Ma se, come insegna la pubblicità, il delfino di casa Dufour è un delfino curioso, quello di casa Fiat è decisamente un curioso delfino: invece di concentrarsi sulla prima "P" del marketing mix, la più importante, cioè il prodotto, parte subito con la quarta, cioè la promozione. Il marchio Fiat compare sulle felpe e sulle scarpe trendy. A marzo, al Salone dell'auto di Ginevra viene presentato il vino. "Fiat", dice il delfino curioso, "avrà il delicato compito di comunicare al mondo tutta la ricchezza italiana nella creatività e nell'inventiva". A luglio Elkann proclama: "La Fiat non dorme mai e non va in vacanza" (1) e coerentemente con questa affermazione il marchio compare sugli sdrai del villaggio vacanze "la Playa", a Punta Marana nei pressi di Olbia (e sul fondo piscina del medesimo, ch�solo un delfino lo può vedere). Se la Fiat non va in vacanza, la vacanza va in Fiat. La cosa più incredibile è la puntualità con cui queste operazioni, assolutamente irrilevanti, vengano salutate da una stampa sempre pronta ad ossequiare servilmente il più piccolo ruttino del rampollo, con un coro entusiastico di consensi.

Quando si comincerà a vedere qualcosa di più sostanziale nelle politiche Fiat? E' lecito chiederselo perché quanto è stato proposto finora sarebbe in grado di proporlo qualsiasi studente di Scienze della Comunicazione (il che rappresenta il livello più basso di competenza possibile oggi in Italia, inferiore perfino al buon senso comune). Sul piano produttivo è evidente il ritardo con cui verrà messo sul mercato un modello atteso da anni come il remake della 500. Forse nel 2007: abbiamo perso il treno del grande business delle city car, dalla Smart alla Mini. La Fiat dorme della grossa, come dorme il resto dell'Italia. Ma cosa sogna? Intanto, il danno maggiore è che gran parte dell'imprenditoria italiana ha fatto proprie queste strategie "marketing disoriented". Dai giovani manager bocconiani ai vecchi padroni del vapore convertiti in tempi recenti al nuovo Verbo: innovare senza cambiare nulla.

E la moda italiana? Ci si aspetterebbe che almeno i suoi manager abbiano stoffa... Invece, il modo in cui viene interpretata la crisi del made in Italy dai suoi responsabili, traspare tutto dalle parole del Presidente della Camera della Moda, Mario Boselli: "Un anno fa, il 15/04/2003, dicevo in questa stessa sala "il 2002 sarà ricordato come uno dei peggiori anni per il settore tessile/abbigliamento/moda/pelletteria/calzature". Ora dobbiamo dire che anche il 2003 è stato un anno pesantemente negativo e, quindi, che questa crisi innescatasi con gli attentati dell'11 settembre, seguita da attesa di guerre, da guerre effettive, Afganistan ed Iraq, dall'emergenza Sars e dal penalizzante cambio euro/dollaro rischia di essere, per gravità e durata, epocale". (2)

Nessuno poteva immaginare che la Sars avrebbe avuto tanta influenza perfino sulla moda italiana. La realtà è che nessuno dei nostri manager ha chiari i motivi reali della crisi. Esiste una flessione nell'export dovuta alla forza dell'Euro rispetto al dollaro, ma se una parte consistente dei capi d'alta moda ha sempre avuto committenti senza problemi di disponibilità finanziaria, i conti non tornano. Viceversa, non sono chiari nemmeno i motivi del successo della nostra produzione. In una visione di marketing strategico risulterebbe molto difficile riprodurre i fattori caratteristici che hanno determinato il successo della produzione italiana: il made in Italy, e con esso la moda, nasce da un fortunato mix di stile, creatività, qualità. Quando lo stile e la creatività entrano in crisi (come è in crisi ogni settore della ricerca italiana), resta solo la qualità. Ma con la svalutazione del dollaro, la nostra qualità risulta troppo cara e la competizione fra marche finisce per diventare una mera competizione di costi. In virtù di ciò, spesso si rinuncia a risorse umane o spostano linee di produzione all'estero (si chiama delocalizzazione), solo per risparmiare, con una politica assolutamente miope perché non calata in una visione strategica del mercato. E quando ormai ogni azione è condizionata dai costi, finisce anche la qualità.

L'irresponsabilità delle classi dirigenti italiane, da vent'anni a questa parte, ha eroso il credito che il made in Italy aveva conquistato sui mercati internazionali. Si può dire anzi che il made in Italy viva ancora di rendita, ma è una rendita d'immagine dietro a cui non c'è più il prodotto. Da anni le sfilate di moda denotano un'assoluta mancanza di idee e di contenuti, fenomeno che, paradossalmente, è stato denunciato dagli stessi stilisti. Nel frattempo, avanza un pret a porter equivalente ai cheap brands del largo consumo. Per il made in Italy sarebbe un errore drammatico spostare la competizione sul piano della bassa qualità. Sarebbe sconfitto in partenza. L'insostenibile leggerezza della classe dirigente italiana fa sì che oggi questa ipotesi venga invece contemplata. In realtà al marketing della moda italiana manca la quinta "P", quella di "Progettualità".

Poi per fortuna c'è chi pensa solo al prodotto. E' il caso della Mivar di Carlo Vichi, esempio mirabile di autarchia tecnologica. Figlio di un metronotte, con un'infanzia durissima, aveva studiato elettrotecnica alle scuole serali dal 1937 al '41, dopo il lavoro. La sua missione, dichiarata fin dall'inizio, era quella di produrre in Italia televisori a basso prezzo, assemblando componenti asiatiche. Anni fa proclamava con orgoglio di non aver bisogno di fare pubblicità e oggi sta colando a picco. Non ce l'ha fatta di fronte ad una concorrenza qualitativamente superiore, con prezzi allineati che però la pubblicità la fa eccome. Era un suicidio annunciato. Ma l'imprenditore evidentemente riteneva che un prodotto buono si venda da solo. Ciò fa capire quale sia l'idea che hanno della pubblicità i nostri piccoli "padroni del vapore": un male inutile, una spesa e non un investimento. Tagliare investimenti, alla lunga, è fatale. E non c'è nemmeno la scusante della manodopera cinese che lavora a basso costo per cui non si riesce a sostenere il confronto. La Mivar è arrivata alla cassa integrazione a zero ore dopo aver fatto lavorare gli operai per anni a cottimo senza aumenti. Altro che cinesi. Ma non può andare sempre così. Ci deve pur essere un esempio virtuoso in Italia. Ricordate la Olivetti? Secondo il mio amico Beppe Grillo, l'amministratore delegato Tronchetti Provera sta massacrando quel che resta della gloriosa azienda. Stabilimenti delocalizzati, esuberi. Ma Beppe è un comico, quindi non può essere vero. Perché se fosse vero sarebbe una tragedia in più che va ad aggiungersi alle altre tragedie italiane. Sicuramente stava scherzando.

1) Esclamazione raccolta da News Settimanale, 1 luglio 2005, "Lapo Elkann: vamos a la playa"

2) Dalla relazione del Presidente Cav. Lav. Mario Boselli all'Assemblea Annuale Ordinaria della Camera Nazionale della Moda Italiana, Milano, 6 aprile 2004.

Bruno Ballardini
[e-mail omessa]

 

fonte: ReporterAssociati.org

Il Ritiro e i Palestinesi

martedì 30 agosto 2005, 23:15

 di  Gershon Baskin*
19 Aug 2005

Scritto per AMIN - Arabic Media Internet Network e in collaborazione con Reporter Associati
Non c'è dubbio che il ritiro israeliano abbia creato una serie di gravi dilemmi per i palestinesi. In primo luogo questo è un passo unilaterale da parte di Israele, studiato durante il periodo in cui Israele negava la presenza di un partner nelle trattative di pace. L'iniziativa fu proposta da Sharon per distogliere l'attenzione dalla conferenza di Ginevra e da una campagna di più ampio respiro e sostenuta dalla comunità internazionale per la fine del conflitto Israelo-Palestinese. Grazie a questa mossa, Sharon è riuscito a ritagliarsi uno spazio da eroe politico in quella stessa comunità internazionale che lo aveva dipinto come un demone fino a poco prima.

Ora i leader di tutto il mondo fanno la fila per incontrarlo. A dispetto del supporto internazionale che Sharon ha ricevuto, il ritiro è visto dai più come un tentativo di rinunciare a Gaza in cambio di un rafforzamento del controllo israeliano sulla cis-Giordania. Non è ancora chiaro se Gaza sarà staccata dal resto di Israele, se i palestinesi potranno muoversi liberamente tra Gaza e la cis-Giordania - le due parti della Palestina che sono viste legalmente come parti integranti dello stesso territorio nazionale. Non è chiaro neanche se Israele si ritirerà dal confine tra Gaza ed Egitto, n° se sarà permesso ad un porto o all'aeroporto di Gaza di funzionare, insieme a tutta un'altra serie di domande ancora senza risposta. Per esempio, non è chiaro se a nord, in cis-Giordania, Israele riconsegnerà al pieno controllo dell'Autorità Palestinese un'area circa due colte e mezza quella di Gaza, o se continuerà a mantenerne l'occupazione, impedendo la libera circolazione dei palestinesi tra le due aree.

Giusto per amor di discussione, supponiamo per un istante che Israele si ritiri completamente da Gaza e che rinunci al controllo di tutta la striscia, incluse le sue frontiere internazionali, il suo spazio aereo, la sua terra e le sue risorse naturali. Se così sarà, Israele sosterrà di aver posto termine all'occupazione della striscia di Gaza. A questo punto, si creerà, di fatto, un vuoto di sovranità nell'area, perché se è vero che Israele non ha mai avuto una sovranità legale nella striscia, la domanda deve essere posta se tale sovranità possa essere assunta dall'Autorità Palestinese e se tale sovranità si traduca automaticamente nella nascita di uno Stato palestinese.

Bisogna ricordarsi che non c'è alcun bisogno di dichiarare la nascita di uno Stato palestinese, ciò è già stato fatto il 15 Novembre 1988 e più di 100 nazioni hanno già riconosciuto tale Stato. Tra le nazioni che si sono rifiutate di riconoscerlo ci sono i 13 membri dell'Unione Europea dell'epoca, gli Stati Uniti, il Canada e Israele. I palestinesi potrebbero ri-pubblicare la loro Dichiarazione d'Indipendenza, aggiungendo un capitolo sui confini e indicando tali confini in Gaza e cis-Giordania, con Gerusalemme Est come capitale. Una tale dichiarazione, a dispetto di quello che molti potrebbero pensare, sarebbe di aiuto per un futuro processo di pace. Fisserebbe in maniera chiara e conclusiva il prezzo che Israele dovrà pagare per la pace e rimuoverebbe ogni dubbio sull'esistenza di piani palestinesi per una futura espansione del loro Stato ai danni di Israele.

Fatto ciò, la Palestina dovrebbe cercare di ottenere la piena appartenenza alle Nazioni Unite e Mahmoud Abbas dovrebbe rivolgersi a Israele in un appello per riconoscere il nuovo Stato; ci sarebbe anzi da augurarsi che Israele sponsorizzasse la domanda di piena appartenenza all'ONU. Se Israele riconoscesse il nuovo Stato non c'è alcun dubbio che gli Stati Uniti farebbero lo stesso. C'è una minima speranza che gli Stati Uniti potrebbero procedere ad un riconoscimento unilaterale perfino se Israele si rifiutasse di concedere tale riconoscimento. In ogni caso, anche nella peggiore delle ipotesi di un rifiuto da parte di USA e Israele di riconoscere il nuovo Stato, il resto del mondo lo farebbe e potrebbe cominciare ad aprire ambasciate in una capitale provvisoria.

Nel corso della Dodicesima Sessione del Consiglio Nazionale Palestinese tenuta al Cairo nel 1974, fu passata una risoluzione che imponeva ai palestinesi di stabilire un loro Stato indipendente in qualsiasi parte della Palestina liberata dall'occupazione israeliana. Dopo il 1974, questa è diventata la politica della maggioranza del Movimento Nazionale Palestinese. Se Gaza dovesse essere liberata completamente dall'occupazione di Israele, diventa un passaggio obbligato per i palestinesi dichiarare la sovranità sulla striscia e creare uno Stato come primo passaggio nella creazione di una nazione indipendente comprendente tutti i territori occupati. In assenza di un controllo israeliano della striscia di Gaza, i palestinesi devono assumerne la sovranità e governare come un vero e proprio Stato. Ciò non rappresenterebbe la fine automatica della loro lotta: la nascita di uno Stato Palestinese a Gaza non impedisce in alcun modo ai palestinesi di lavorare al completamento del loro progetto di indipendenza in cis-Giordania e Gerusalemme Est.

Molti palestinesi temono che se adottassero tale strategia finirebbero per restare con uno Stato confinato alla sola striscia di Gaza. Temono che la comunità internazionale si dimenticherebbe di loro e che l'occupazione di Israele in cis-Giordania ne uscirebbe rafforzata. Tuttavia questo timore è, a mio parere, ingiustificato. Se le due parti non dovessero tornare a sedersi al tavolo delle trattative è probabile che ci troveremo di fronte ad ulteriori ritiri unilaterali da parte israeliana.

Chiaramente, se Israele fosse saggio tornerebbe a sedersi a tale tavolo, tuttavia vista la mancanza totale di fiducia tra le due parti ciò è altamente improbabile. E' però vero che un ritiro pacifico e un passaggio di consegne in mani palestinesi che avvenga con successo aiuterà a far tornare un minimo di fiducia tra le parti. Forse una fiducia non sufficiente a riavviare negoziati di ampio respiro, ma sufficiente a stimolare un secondo ritiro, questa volta co-ordinato, tra le parti.

E' chiaro che la maggioranza di israeliani e palestinesi vedono questo primo ritiro come un successo della violenza ed è un fatto che Hamas si stia presentando al pubblico come il partito che ha ottenuto tale successo. Questa è stata una vera e propria occasione persa da parte di Israele per rafforzare la leadership di Abu Mazen; se Sharon avesse annunciato il suo piano dopo un incontro con il leader palestinese, tale ritiro sarebbe stato visto come una vittoria per la moderazione e la trattativa. Per questo motivo, un nuovo disimpegno deve essere condotto in maniera concertata e con Abu Mazen al centro del quadro. Se così non fosse, un secondo ritiro potrebbe portare ad una terza intifada.

Un tale nuovo disimpegno avverrà probabilmente da tutti gli insediamenti israeliani al di là della barriera di separazione in costruzione in cis-Giordania e coinvolgerebbe un minimo di 80.000 coloni in una sessantina di villaggi. Questo è sicuramente meno di quanto i palestinesi si aspettano e rappresenterà un chiaro tentativo israeliano di cementare la barriera come confine permanente tra i due Stati. Ciò non ostante, una mossa di questo genere dovrebbe essere accolta positivamente dai palestinesi e supportata in ogni modo possibile. Il taboo israeliano sulla rimozione degli insediamenti è stato rotto dal primo ritiro e i palestinesi devono incoraggiare gli israeliani in questo loro cammino.

Dal canto loro, l'opportunità migliore che i palestinesi hanno per proseguire sulla strada della pace e per assicurarsi altri ritiri israeliani, sta nel dichiarare la loro sovranità e la nascita di uno Stato, per poi comportarsi veramente come uno Stato. Come membro responsabile della comunità internazionale, supportato dalla piena appartenenza alle Nazioni Unite, la Palestina potrà firmare trattati e convenzioni internazionali. Sarà inoltre in grado di chiedere alle Nazioni Unite l'invio di caschi-blu alle sue frontiere per prevenire future incursioni dell'esercito israeliano. La Palestina potrà operare indipendentemente e in nome di tutti i suoi cittadini e dei suoi territori, anche quelli che non dovessero essere ancora sotto la piena sovranità del nuovo Stato. Tutto ciò è perfettamente fattibile e possibile se la Palestina si comporterà in maniera responsabile, cioè se riuscirà ad imporre legge e ordine all'interno dei suoi territori. Significa che non ci potrà essere alcuna milizia privata spazio per armi illegali usate dai suoi cittadini. Significa che fermare la lotta armata diventa un imperativo per il nuovo Stato palestinese e una questione di suprema importanza strategica nazionale.

In conclusione, la via più sicura per assicurare la nascita di uno Stato palestinese che comprenda la cis-Giordania, la striscia di Gaza e Gerusalemme Est è che lo Stato di Palestina esista come istituzione dedicata a provvedere sicurezza, prosperità e pace per i suoi cittadini. Anche se uno Stato di Palestina non nascesse come il risultato di un processo negoziale, un processo di unilateralismo coordinato è completamente possibile. In effetti, ciò potrebbe essere la maniera più sicura e veloce per avanzare la causa della libertà e liberazione per la Palestina e della pace tra israeliani e palestinesi.

* Gershon Baskin, è il fondatore e il co-Direttore israeliano dell'IPCRI - Israel/Palestine Center for Research and Information- di Gerusalemme.

* Tradotto da: Gianluigi Corbani per Reporter Associati

fonte: ReporterAssociati.org

Berlusconi: "Un sacrificio candidarmi" L'Udc: "Nessuno glielo c

martedì 30 agosto 2005, 23:10

Sapete questo atteggiamento cosa mi ricorda ... dei versi di Dante che fanno:  Molti rifiutan lo comune incarco; ma il popol tuo solicito risponde sanza chiamare, e grida: «I' mi sobbarco!» (Pur, VI, vv 133-135)

Perche' .. non calzano a pennello? 

SOCI (RUSSIA) - "Per me è un sacrificio ricandidarmi, ma lo farò perché un cambio di governo sarebbe insensato". A margine dell'incontro con Vladimir Putin a Soci, in Russia, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi interviene sulla situazione politica italiana, sull'imminente campagna elettorale e attacca il centro sinistra: "Se penso a qualcuno dell'altra parte seduto al tavolo, nei miei panni", ha aggiunto facendo riferimento ai suoi rapporti internazionali, "francamente mi sento male". Ma, riguardo al sacrificio, il capo della segreteria dell'Udc Armando Dionisi, replica secco: "Questo sacrificio non glielo sta chiedendo nessuno".

Il premier è poi entrato nel merito dell'azione del suo governo, rispolverando molte polemiche degli ultimi mesi con l'opposizione: "Noi - ha annunciato - elencheremo ciò che non abbiamo mai fatto. Non abbiamo mai messo le mani nelle tasche degli italiani, non abbiamo mai rubato, non abbiamo mai fatto una telefonata per controllare (avendone i mezzi, con i servizi) un uomo dell'opposizione, non abbiamo mai mandato la Guardia di Finanza da nessuno, non abbiamo mai usato la magistratura contro un avversario politico, non abbiamo mai fatto una trasmissione della televisione pubblica, e tantomeno di quelle private, contro un avversario politico".

In riferimento ai temi dell'economia, Berlusconi è tornato ad attaccare Prodi sull'euro. "L'euro con quel cambio non l'ho approvato io ma Prodi, quindi è l'euro di Prodi, da questo punto di vista" ha detto. La sua valorizzazione, che ha messo in difficoltà le nostre esportazioni, non dipende minimamente da noi". Nessuna responsabilità, secondo il premier, nemmeno sul prezzo del petrolio e sulla prorompenz dei mercati cinesi: "Il prezzo del petrolio non dipende da noi, nè dipende da noi l'espandersi dell' offerta di prodotti da Paesi orientali, dei prodotti cinesi sul mercato globale".


Il Premier ha poi rivendicato le scelte di politica estera: "Abbiamo tenuto banco - ha proseguito Berlusconi quasi rivolgendosi agli elettori - in uno dei momenti più difficili degli ultimi 20 anni, per tutto ciò che è successo dall'11 settembre in poi, abbiamo dato all'Italia un ruolo internazionale: c'è poco da fare, io vengo consultato su tutte le grandi decisioni, quando mai era successo? Non siamo più l'Italietta di prima: "Ah, les italiens sont toujours les italiens" come ancora qualche volta ripeteva Chirac agli inizi. Adesso andateglielo a chiedere, se se la sente di ripeterlo".

Ma l'Udc non segue il leader. "Noi - dice Dionisi - abbiamo posto un problema politico già al congresso e perfino da sotto l'ombrellone, ma non abbiamo ottenuto nessuna risposta". "Anzi - aggiunge - mi pare che arrivino risposte che tendono ad eludere i problemi. Non vediamo un cambio di marcia della Cdl nè il segno di discontinuità che avevamo chiesto. Che Berlusconi stia facendo questo grande sacrificio è una scelta che fa lui senza che nessuno glielo chieda".

Parole che fanno infuriare il coordinatore di FI Sandro Bondi. "Le parole del capo della segreteria politica dell'Udc - dice Bondi - riferite a quanto ha detto il presidente Berlusconi sono penose dal punto di vista umano prima ancora che da quello politico. aspettiamo una smentita".

(29 agosto 2005)

fonte; Repubblica.it

Caserta, ritrovata dopo otto ore la bimba di due anni scomparsa

martedì 30 agosto 2005, 02:22

CASERTA - L'hanno cercata otto ore la piccola Martina, scomparsa a due anni dalla casa dei nonni in una frazione sulle colline alle spalle di Caserta. L'hanno trovata in un capanno ad un chilometro dal casolare, in una zona agricola. La bambina è stata portata in ospedale in elicottero per un controllo, ma sta bene: qualche escoriazione, è un po' spaventata ma, abbracciata a mamma e papà, ha ritrovato il sorriso.

I sospetti. "E' stata trovata troppo lontana da casa, forse qualcuno l'ha portata lì". Il papà della piccola Martina non è convinto che sua figlia si sia persa da sola nella campagna: "Come fa una bambina a fare tutto quel pezzo di strada?" Interrogativi che al momento non trovano riscontro nelle prime indagini avviate dai carabinieri: la pista più accreditata è che la bambina, dall'aia della casa colonica, si sia allontanata da sola e poi abbia perso il senso dell'orientamento vagando per i boschi.

Le ricerche. L'hanno cercata tre cani lupo addestrati per rintracciare le persone scomparse, due elicotteri ed almeno trenta uomini tra poliziotti, carabinieri, guardie forestali e volontari della Protezione civile. Hanno scandagliato i valloni, ispezionato i canali, illuminato a giorno i pozzi e rovistato nelle fosse che raccolgono il letame per concimare i campi.

Il rimorso della nonna. Martina era a Cascano di Sessa Aurunca, nella casa dei nonni, un cascinale un po' isolato che confina con un bosco fitto di castagni e costeggia la provinciale che porta a Caserta. Si era alzata da poco; la nonna le aveva preparato la colazione, latte e biscotti: "Mi ha chiesto di andare a giocare fuori. L'aveva fatto già altre volte e poi era qui, sotto le finestre di casa: come potevo immaginare..." Per ore è rimasta seduta sull'aia di casa, distrutta dal dolore la nonna della piccola, schiacciata da un senso di colpa che le aveva tolto la forza anche di piangere. Ma adesso è contenta: hanno ritrovato Martina e lei ha ritrovato la serenità.


Il timore di un rapimento. In paese, c'è chi aveva sussurrato che Martina fosse stata rapita dagli zingari o, addirittura, che qualche malvivente l'avesse sequestrata per ottenere un riscatto, ma la famiglia è di origini modeste, il papà fa l'operaio e Martina non può essere certo l'obiettivo di un'organizzazione di banditi. Il pensiero era corso alla triste storia di Denise, la piccola scomparsa nel nulla un anno fa a Mazara del Vallo ma gli investigatori hanno sempre temuto che la piccola fosse rimasta vittima di un incidente.

Le unità cinofile.
"I cani - spiega un addestratore della Protezione civile - hanno annusato un vestito della piccola e hanno tentato di ritrovare la traccia di odore lasciata dalla bambina. E' stato un lavoro difficile; la casa è isolata, c'è il bosco poco più in là, ma Martina è piccola: non poteva essersi allontanata troppo. Infatti..."

(29 agosto 2005)

fonte: Repubblica.it

BIMBO CHIAMA 118 E SALVA PADRE

lunedì 29 agosto 2005, 17:35
AGI ha scritto:
BIMBO CHIAMA 118 E SALVA PADRE DA SHOCK ANAFILATTICO

Ha chiamato il 118 ed ha spiegato che suo padre, un soggetto allergico, stava morendo soffocato dopo essere stato punto da un insetto. Il medico, dall'altra parte del telefono, ha spiegato al bambino di nove anni cosa dovesse fare per salvare la vita al papa', in attesa che nell'impervia zona di montagna del comune di Veroli arrivassero i soccorsi. Il bambino, senza perdersi d'animo, ha preparato una iniezione di cortisone, farmaco che si trovava in casa, e seguendo le istruzioni del medico l'ha iniettato nel braccio di suo padre. Poi, sempre secondo l'indicazione medica, lo ha fatto stendere a terra con i piedi in aria e gli ha tenuto la lingua fuori dalla bocca. "Se il bambino non fosse stato cosi' sveglio e preparato - spiega uno dei sanitari del 118 intervenuto a Prato di Campoli - per il paziente non ci sarebbero state speranze. La reazione allergica dovuta alla puntura d'insetto, infatti, lo avrebbe ucciso per shock anafilattico in pochi minuti". Invece i primi soccorsi prestati dal ragazzino sono serviti a rallentare l'effetto del veleno ed a permettere quindi all'ambulanza e allo staff medico di poter raggiungere il posto in tempo. () (AGI)



quando sento queste cose allora vedo il risultato delle decine e decine di ore passate sui libri o ai corsi di aggiornamendo per la didattica ai bambini o delle ore interminabili di casino che fanno i bambini quandno si va a parlare loro di catena della sopravvivenza e dei gesti salvavita! ...

allora mi rendo conto che quello che facciamo serve davvero a qualcosa!

e vorrei anche dire un BRAVISSIMO al medico di centrale che ha saputo comunicare in maniera adamantina con il bambino ...

mi fa venire in mente una serie di articoli che lessi si N&A tempo addietro sul prog 118bimbi!

davvero bravo!
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Shandy
Est modus in rebus
ah, tutto quello che dico lo faccio "per intervalla insaniae"

TRE MEDICI DEL 118 DENUNCIATI NEL NAPOLETANO, ERANO UBRIACHI

lunedì 29 agosto 2005, 17:31
ANSA ha scritto: http://www.ansa.it/main/notizie/fdg/200508271711211649/200508271711211649.html

TRE MEDICI DEL 118 DENUNCIATI NEL NAPOLETANO, ERANO UBRIACHI

NAPOLI - Tre medici del 118, in servizio a Ercolano (Napoli) sono stati denunciati e sospesi dal lavoro per ubriachezza. Le forze dell' ordine, allertate da una segnalazione telefonica, sono intervenute sorprendendo i tre in evidente stato di ebbrezza, e sottoponendoli al prelievo del sangue per la verifica del tasso alcolico. Secondo il quotidiano 'Il Mattino', che riferisce oggi la vicenda, la soglia massima di tollerabilità era stata superata da tutti e tre: in due casi i valori oscillavano tra 24 e 37 (il limite di legge è inferiore a 10), mentre le analisi del terzo medico hanno fatto addirittura segnare quota 152. I medici sono stati denunciati per ubriachezza, e la Asl Napoli 5 - da cui dipende il presidio di emergenza di Ercolano - li ha subito sospesi dal servizio.

MEDICI UBRIACHI: MANAGER ASL, NON ESCLUDO IL LICENZIAMENTO
"Andremo fino in fondo nell'accertamento delle responsabilità, e non posso escludere che alla fine si giunga anche al licenziamento". Roberto Aponte, manager della Asl Napoli 5, annuncia "massima fermezza" nei confronti dei tre medici del servizio 118, denunciati perché sorpresi al lavoro, a Ercolano, in stato di ebbrezza, e subito sospesi dal servizio. "Un episodio assolutamente incredibile - secondo il direttore generale dell'azienda - che però è legato a tre singole persone, e non deve far perdere di vista il funzionamento egregio del nostro servizio di emergenza, che si sta facendo apprezzare anche nel periodo delle vacanze". La Asl Napoli 5 copre un bacino d'utenza di 700mila persone, tra la zona vesuviana e comuni ad alta densità turistica (Capri, Anacapri, la penisola sorrentina) dove d'estate il fabbisogno di assistenza fa registrare picchi elevati. Gli operatori sorpresi in stato di ebbrezza lavoravano nella centrale 118 di Ercolano, che si occupa anche di Pompei e di altri comuni vesuviani limitrofi. "Al momento - spiega Aponte - non risultano agli atti segnalazioni recenti di comportamenti anomali da parte di quei tre medici". La Asl intende però approfondire i controlli, per capire se il consumo di alcool verificatosi giovedì sera rientrasse o meno in un comportamento abituale: "Verificheremo in particolare se quei tre medici fossero spesso al lavoro nello stesso turno, oppure no. Una cosa è certa: non ci saranno processi sommari e agiremo nel pieno rispetto della legge, ma adoperando la massima fermezza e senza guardare in faccia nessuno", assicura Aponte.

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http://www.ansa.it/main/notizie/fdg/200508271711211649/20050827183233600547_ass.html

MEDICI UBRIACHI: ASSESSORE CAMPANIA, SARANNO LICENZIATI

NAPOLI, 27 AGO - "Il rapporto contrattuale con i tre medici sorpresi ubriachi va concluso: è venuta meno la fiducia sia sotto l'aspetto professionale, in quanto medici, sia, fatto ancor più grave, perché responsabili di un servizio di emergenza come il 118": lo afferma l'assessore alla Sanità della Regione Campania, Angelo Montemarano, in relazione alla vicenda dei tre medici denunciati per ubriachezza a Ercolano. "Ho già fissato - annuncia l'assessore - un appuntamento con Roberto Aponte, manager della Asl Napoli 5, per procedere all'interruzione del rapporto di lavoro con quei medici. Non mi pare nè tollerabile, nè coerente, in relazione alle mansioni altamente specializzate affidate loro, proseguire in questi rapporti di lavoro". Montemarano ricorda che la strategia d'intervento dell'assessorato regionale punta sull'alta specializzazione del servizio del 118, nodo cruciale della rete d'intervento sanitario per tutta la Campania: "Il modello di un ospedale per ciascun campanile ha costi elevatissimi: al contrario, attraverso il servizio 118, i pazienti ricevono le cure in centri altamente specializzati, nel più breve tempo possibile, proprio grazie alla preparazione, disponibilità e capacità di medici, infermieri e personale di supporto come autisti e telefonisti. Tutto questo acquista una valenza ancora maggiore nel periodo estivo, quando il numero dei pazienti che necessitano di interventi, immediati ed improcrastinabili, raggiunge tassi elevatissimi, assolutamente non comparabili ad altri periodi dell'anno". "Non ci possiamo perciò permettere - afferma Montemarano - che, in servizio o fuori servizio, i medici, persone alle quali sono affidate vite umane in condizioni di emergenza, bivacchino o peggio, bevano, in sedi di soccorso". L'assessore ha già preso visione della documentazione relativa alle accuse rivolte dalle forze dell'ordine contro i tre medici denunciati per ubriachezza, in servizio presso il 118 di Ercolano, già sospesi su disposizione della Asl Napoli 5 da cui dipende il presidio di emergenza. "Non ho alcun dubbio. L'episodio - ribadisce Montemarano - è tanto grave da meritare la massima attenzione. Ciascun medico, in particolare del 118, rappresenta un esempio, anche per i colleghi. Del resto, qualunque sede territoriale del 118 deve rappresentare un modello di efficienza di riferimento; un modello sul quale si fonda la struttura del nuovo sistema sanitario regionale: come può reggere se vi lavorano medici con i quali si è incrinato in questo modo il rapporto di fiducia? E come si può accettare che tutto questo accada all'interno di un servizio di emergenza in continua positiva evoluzione?".

davvero non capisco ... gia' da noi lavorare nell'emergenza e' 10 pt peggio che farlo in altre zone d'Italia a causa della popolazione con cui si opera ... ma poi si ci mette anche a rischio?

davvero non so che dire ... solo che e' un caso ... un maledettissimo caso ... il 99.98% degli operatori sanitari si fa in 12.000 per far funzionare decentemente il tutto nonostante il miliardi di problemi e di carenze che ci affliggono ... per questo rinnovo la mia stima per quanti riescono a lavorare in situazione quintomodiste (alle volte) mantenendo gli standard di intervento al livello alto
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Shandy
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cambio di simbolo,

domenica 28 agosto 2005, 15:00
Vi copio la risposta di Sergio Romano, dal Corriere della Sera di Sabato 20 agosto 2005 che risponde ad un lettore preoccupato per il cambio di simbolo, mi pare una spiegazione pi che efficace per un tema che sta generando non pochi problemi e preoccupazioni.
Saluti.
A.


Caro Salomoni, credo di poterla tranquillizzare. Il governo svizzero, depositario delle Convenzioni di Ginevra, ha indetto per il prossimo settembre una conferenza consultiva dei Paesi firmatari per discutere la possibile convocazione in ottobre di una conferenza diplomatica. Se questa seconda conferenza avrà luogo, il problema all’ordine del giorno sarà la redazione di un protocollo per l’aggiunta di un simbolo a quelli che vengono oggi utilizzati dalle organizzazioni sanitarie sui campi di battaglia. Il nuovo simbolo, se approvato, sarà una figura geometrica di colore rosso che lei definisce cristallo e che altri chiamano diamante, rombo o losanga. Ma nessun Paese sarà costretto a cambiare quello di cui si è tradizionalmente servito. Questa storia dei simboli viene da lontano e comincia con la guerra russo-turca del 1876. L’Impero ottomano aveva accettato la Convenzione di Ginevra del 1864 sulla neutralità dei servizi sanitari, ma all’inizio del conflitto sostenne che il segno adottato «feriva la suscettibilità del soldato musulmano ». Il bisticcio ricominciò a ogni conferenza della pace e si concluse nel 1929 in occasione dell’aggiornamento della Convenzione. Fu ribadito che l’emblema dell’organizzazione internazionale sarebbe stato, come sempre, la croce rossa; ma alcuni Paesi furono autorizzati a servirsi della mezzaluna, e l’Iran, in particolare, di un simbolo nazionale composto da un leone e dal sole. Vent’anni dopo, nel 1949, toccò a Israele, nato da qualche mese, avanzare le proprie richieste. Alla conferenza internazionale di quell’anno gli israeliani usarono argomenti simili a quelli dei musulmani e ricordarono che esisteva ormai da molto tempo una Società della Stella di Davide Rossa (Società del Magen David Adom) e che il suo simbolo era stato usato durante la guerra dei mesi precedenti. Vi fu una votazione da cui la richiesta uscì sconfitta per un solo voto. Da allora altri Paesi hanno cercato, senza successo, di adottare un simbolo nazionale: la svastica buddista e indù per Ceylon, la fiamma per la Thailandia, una combinazione di croce e mezzaluna per il Kazakistan. E quanto più cresceva il numero delle richieste, tanto più aumentava nel Comitato internazionale della Croce Rossa il timore che la proliferazione dei simboli finisse per rendere l’organizzazione irriconoscibile e mettere a rischio la neutralità dei servizi sanitari sul campo di battaglia. Fu questa la ragione per cui Cornelio Sommaruga, allora direttore del Comitato Internazionale, scrisse nel 1992 per la rivista del Cicr un articolo in cui propose di aggiungere ai simboli esistenti un segno nuovo strettamente neutrale: per esempio un rombo o quel segno in forma di V che si chiama, in linguaggio araldico, scaglione. Sembra che il rombo abbia finito per raccogliere maggiori consensi. Ma prima di adottarlo occorrerà scrivere il protocollo aggiuntivo con l’approvazione degli Stati firmatari della convenzione di Ginevra e convocare un’Assemblea internazionale delle associazioni di Croce Rossa per la modifica dei loro statuti. Non so dirle quanto tempo sarà necessario per arrivare alla fine di questo processo e, soprattutto, quanti Paesi, fra quelli che non vogliono né la croce né la mezzaluna, adotteranno il nuovo simbolo, se mai verrà approvato. Ma ho l’impressione che i nuovi arrivati (Israele ad esempio) insisteranno per collocare accanto al rombo, in un modo o nell’altro, il loro simbolo nazionale

X Chaira

domenica 07 agosto 2005, 17:36

Cara Chiara, mi spiace che tu non abbia lsciato un recapito a cui contattarti ... ma ti volevo rispondere: leggi bene, quel post sulla CRI "Brividi" non e' mio ... anzi e' un post che m'ha fatto venire i brividi a leggerlo ... era solo un testo "quotato" da un blog su splinder.com ...

 spero legga questo post ...

Chideo venia!

domenica 07 agosto 2005, 17:27

Chiedo venia per la lunga lunga assenza ... ringrazio chi di voi, pubblicamente o privatamente m'ha fatto gli auguri di buon compleanno ...

 il fatto e' che ho avuto molto molto da fare all'uni ... una sessione dura questa del II sem del III anno ... da recuperare alcuni esami di gennaio ... non tutto e' andatato per il verso giusto ma va bene cois' ...

 ora, per la prima volta da 4 anni (ovvero da quando sono andato in australia) sono in ferie con la testa ... ho chiuso i libri nell'armadio e non voglio pensar a nulla fino al 20 agoasto ...

 devo statccare ...

domani partoper le ferie e per questo non ci senitremo per una decina di gg ... ma al ritorno cerchero' di riprendfer a postare!

BUONE VACANZE A TUTTI

Subito una Commissione d'Inchiesta sui lavori della Commissione

martedì 05 luglio 2005, 10:48

di  R.DiNunzio
04 Jul 2005

Adesso basta, siamo stanchi, vogliamo la verità. Per quanto ci riguarda la Commissione può fare ciò che vuole, noi non ne vogliamo più sapere nulla". Così Luciana Alpi, la mamma di Ilaria, commenta all'Ansa amareggiata e furente il putiferio accaduto a seguito dell'intervista concessa dal presidente della Commissione Alpi-Hrovatin Carlo Taormina a Gianni Ballarini inviato del settimanale Nigrizia nel numero in edicola. "Siamo stanchi, vogliamo la verità ma questa sembra sempre più lontana. Carlo Taormina non più di due mesi ci spiegò e disse cose completamente diverse da quelle che apprendiamo in queste ore. Basta! Siamo stanchi di queste ipotesi vecchie, ora basta davvero".

Ci eravamo ripromessi, anche pubblicamente, di non occuparci più dei lavori della Commissione parlamentare sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, presieduta da Carlo Taormina, per una scelta etica dettata dall'ingorgo giudiziario che lega chi scrive ai vertici della Commissione parlamentare e questa ad alcuni giornalisti "amici" che riportarono sui loro giornali (senza avere alcuna cognizione diretta della vicenda) affermazioni imprecise e diffamatorie sulla mia persona e sulla mia figura di consulente dell'organismo parlamentare nominato dai "Verdi". Ma in questi giorni, si può dire in queste ore, sono accaduti fatti nuovi e di notevole importanza significativi per descrivere lo stato dei lavori della Commissione parlamentare e il clima di confusione e di tensione che si respira all'interno e che mette in serio dubbio persino la possibilità di poter concludere i lavori con una relazione finale come vorrebbe il regolamento parlamentare. Ma andiamo con ordine...

Nei giorni scorsi il presidente della Commissione Carlo Taormina rilascia un'intervista (puntualmente registrata) a Gianni Ballarini, inviato del settimanale dei Comboniani Nigrizia. L'intervista ha l'effetto di un a bomba: "…non ci sono prove sui mandanti italiani, né sul perché siano stati assassinati Ilaria Alpi e Miran Hrovatin . L'unica cosa certa è che si è trattato di un rapimento finito male" afferma Taormina. L'inviato replica: "E tutti i depistaggi e i blocchi alle indagini accertati?" "Stupidità burocratica, come a Ustica. Parlare di "esecuzione", poi, è una una bufala, si trattò solo di un tentativo di rapimento finito male. Le critiche che giungono da più parti alla Commissione sono delle buffonate da quattro soldi. Parlare poi di "mandanti italiani" è solo un'esercitazione di letteratura giornalistica."conclude Taormina come un fiume in piena e con i nervi ormai saltati.

Ballarini (che abbiamo raggiunto telefonicamente, ndr)riporta fedelmente il contenuto dell'intervista sul suo giornale e quindi prepara del lanci di anticipazione per le agenzie stampa. A quel punto i termini perentori delle dichiarazioni di Taormina fanno il giro delle redazioni dei giornali e arrivano nelle mani dei deputati che fanno parte dell'ufficio di presidenza della Commissione. La decisione dei rappresentanti del centro-sinistra Carmen Motta, Rosy Bindi, Elettra Deiana, Raffaella Mariani, Domenico Tuccillo, Roberta Pinotti e del vice-presidente Raffaello de Brasi è unanime: autosospendersi immediatamente dai lavori della Commissione lasciando così svuotato di ogni potere l'organismo parlamentare e sconfessano pubblicamente le dichiarazion di Taormina: ''Il presidente esprime valutazioni personali che coinvolgono l'intera Commissione e che appaiono del tutto infondate. Arrivando a contraddire decisioni assunte all'unanimità e anticipando conclusioni e rivelando particolari che dovevano rimanere riservati''. Punto.

Carlo Taormina tenta goffamente di smentire quanto dichiarato a Gianni Ballarini e a Nigrizia arrivando persino all'offesa personale nei riguardi del giornalista e del suo giornale "mi rendo conto di aver rilasciato un'intervista a un giornalista a me ignoto allo stesso modo in cui mi era ignota la rivista" afferma il presidente della Commissione in bilico sul filo dell'incomprensibile.

Ma il direttore di Nigrizia, padre Carmine Curci non si lascia sfuggire l'occasione per una replica secca e decisa: "Abbiamo registrato l'intervista con Tormina e l'abbiamo riportata testualmente parola per parola. Confermiamo tutto quello che abbiamo scritto e siamo disposti a riascoltarla davanti a lui e ai giornalisti per dimostrare la nostra professionalità. Piuttosto è Taormina che dimostra ancora una volta di voler giocare con le parole e di affossare la Commissione di inchiesta, credo che non si voglia arrivare ai mandanti e che si voglia invece far cadere tutta la questione. E' ora di finirla con queste storie e ritengo che Taormina non abbia nessuna voglia di arrivare alla verità". Punto.

E' ormai evidente che la Commissione parlamentare sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ha terminato, e nel modo peggiore, delegittimata com'è al suo interno tra le dimissioni dei deputati del centro-sinistra e un vertice composto dal presidente, il capo della segreteria e un ristretto numero di consulenti che hanno perduto il senso stesso della missione istitutiva della Commissione parlamentare, contribuendo a chiudere lungo un binario morto il percorso istituzionale che l'organo parlamentare era stato chiamato a percorrere e che aveva suscitato molte speranze in coloro che in questi 11 anni si erano battuti con impegno e generosità per arrivare a far luce sul dupluice omicidio dei due giornalisti del Tg3 fulminati a colpi di mitra nel centro di Mogadiscio il 20 marzo 1994.

Gli armadi blindati dell'archivio della Commissione Alpi sono pieni di documenti segreti e quindi inediti, di eccezionale valore conoscitivo e interesse giudiziario, pervenuti dalle procure della Repubblica di mezza Italia e dalle locali autorità di polizia giudiziaria che non sono mai stati consultati nè analizzati preferendo concentrare il lavoro della Commissione su marginalità investigative del tutto estranee all'accertamento della verità.
Va ricordato in modo particolare l'atteggiamento posto in essere dal presidente della Commissione nei confronti dei giornalisti presenti a Mogadiscio quel 20 marzo del 1994, ai colleghi del Tg 3 e degli altri media nazionali convocati per le audizioni nell'aula della Commissione: le dichiarazioni dei giornalisti rilasciate in sede di audizione sono state inviate alla procura della Repubblica di Roma evidenziando, secondo il metro di giudizio del presidente, la possibilità di reati di rilevanza penale che i giornalisti avrebbero commesso.

Interi filoni d'indagine sono stati trascurati o, peggio, neppure preliminarmente esplorati. I vertici della Commissione sono rimasti completamente impermeabile non a "suggestioni investigative" ma a quei pur minimi riscontri incrociati della documentazione in archivio che avrebbero con sicurezza portato a fare enormi passi avanti nella ricerca della verità. Un'occasione - forse, se non si fa in fretta - irrimediabilmente perduta.

Arrivare oggi a ridurre la tragica vicenda di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, come ha fatto il presidente Taormina nell'intervista a Nigrizia a "un tentativo di rapimento finito male" entra in collisione con tutte le ricostruzioni fin qui compiute, oltre che con la logica stessa di chi volle e ordinò il duplice omicidio.

Pur se tardivamente, con colpevole ritardo, bene hanno fatto i deputati del centrosinistra ad autosospendersi dai lavori della Commissione. Ma non basta. E' necessario fare il possibile per riportare al centro dei lavori, in questi ultimi mesi di impegno che attendono la Commissione (la scadenza è stata infatti recentemente prorogata all'aprile-maggio 2006), l'eccezionale documentazione raccolta e custodita negli archivi e che contiene la verità su quanto accaduto a Ilaria e Miran. Documentazione "segreta" che rischia di rimanere "segreta" per sempre sepolta negli archivi di Palazzo San Macuto.

Serve ora, subito, senza un attimo di ritardo un eccezionale mobilitazione dell'opinione pubblica e di quei settori della sinistra che fino a oggi non si sono "compromessi" con la Commissione: ad esempio il Partito dei Comunisti Italiani di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto che non ha propri rappresentanti all'interno dell'ufficio di presidenza (il "parlamentino" della Commissione) e di tutti quei deputati che siedono nelle file del centrosinistra e che ancora credono che valga la pena di impegnarsi in prima persona, in ogni modo e in ogni sede per arginare la deriva nella quel scivola inesorabilmente la Commissione parlamentare Alpi-Hrovatin.

Delle due l'una: o le dimissioni immediate - senza se e senza ma - dei vertici della Commissione e l'affidamento immediato dell'incarico di presidente a una personalità autorevole del Parlamento, o la creazione di "comitato di controllo e garanzia" sui lavori della Commissione: su quanto è stato fatto fino ad oggi e su quanto sarà possibile fare nei prossimi (pochissimi..) mesi prima della chiusura dei lavori. In ambedua i casi che si riportino nei binari della trasparenza e della massima pubblicità consentita i lavori della Commissione, come è dovere democratico di un organo parlamentare.

L'alternativa è la fine di ogni speranza di poter arrivare a conoscere la verità sul duplice omicidio di Mogadiscio. Aprire quegli armadi dell'archivio, analizzare la documentazione, riscontrare i fatti e incrociarli, questa la sola strada per iniziare una corsa contro il tempo per arrivare alla verità. Per non leggere nero su bianco su una relazione conclusiva depositata in Parlamento che la morte di Ilaria e Miran si riduce a una vicenda di criminalità comune che ha avuto origine in qualche banda somala, "un tentativo di rapimento concluso male."

E dove gli unici imputati sono i giornalisti…

Ricordiamo le parole di Giorgio e Luciana Alpi: "Adesso basta, siamo stanchi, vogliamo la verità. Per quanto ci riguarda la Commissione può fare ciò che vuole, noi non ne vogliamo più sapere nulla".

Roberto di Nunzio
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fonte: ReporterAssociati.org

Afghanow

martedì 05 luglio 2005, 10:47

di  mazzetta
05 Jul 2005 

Il prossimo 4 agosto, il generale Mauro Del Vecchio assumerà il comando di Isaf VIII, e l'Italia con lui diventerà capo di tutte le forze presenti in Afghanistan. In Afghanistan esistono due operazioni: l'Isaf sotto comando Onu nei dintorni di Kabul ed Enduring Freedom a comando americano che controlla il Sud e l'Est del paese. Quello che a prima vista potrebbe sembrare un onore per il nostro paese, in realtà cela pericoli altissimi, dei quali non si parla per nulla. La politica americana in Afghanistan sta cambiando, così come la situazione politica sul terreno, ma nel nostro paese nessuno sembra rendersene conto.
Attualmente in Afghanistan sono presenti due operazioni destinate a unificarsi secondo una recente pianificazione. Una, l'Isaf (International Security Assistance Force), rientra sotto responsabilità Nato dall'11 agosto 2003 e opera nell'area di Kabul e nelle zone limitrofe a seguito della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n.1386 del 20 dicembre 2001. L'altra, iniziata il 7 ottobre 2001 e denominata Enduring Freedom, è a comando statunitense e si colloca nell'area meridionale e orientale del paese. I due comandi, Isaf ed Enduring Freedom, sono allertati dal 14 maggio per eventuali evacuazioni nel caso peggiori la rivolta in corso a seguito dei presunti maltrattamenti verso il Corano avvenuti nel carcere di Guantanamo Bay. Secondo un ufficiale di polizia afgano di Kabul si tratterebbe di uno stato di "massima allerta". I due comandi verranno prossimamente unificati, ma già da ora condividono lo stato di massima allerta e sono pronti all'evacuazione rapida del paese; il motivo sarebbero le recenti rivolte, che da noi sono passate come causate dalla notizia della dissacrazione del Corano a Guantanamo.

Eppure è facilmente verificabile come ex-prigionieri di Guantanamo e di altre carceri statunitensi avessero denunciato la questione fin dal 2002, in seguito confermati dall'Amministrazione e da numerose fonti internazionali.
In Italia non è dato sapere, se non procurandosi fonti straniere, ma soprattutto non è dato discutere la situazione politica in Afghanistan; sul quale, nel nostro paese è sceso un silenzio anche maggiore di quello che occulta quanto avviene in Iraq.
Quello che è chiaro è che gli Stati Uniti stanno cambiando politica, e preparano un acrobatico disimpegno dal paese, rischiando di lasciare il cerino acceso in mano proprio ai nostri comandi.

Eppure Rumsfeld, Rice e Rocca, in un loro recente tour orientale, hanno chiesto uomini a India, Pakistan, Tajikistan, e Uzbekistan , hanno chiesto truppe in vista del loro disimpegno in ottobre 2005; per questo rinunciano al comando, se ne vanno con il grosso degli uomini.
Non a caso l'opinione ufficiale americana dice che per costruire una democrazia in Afghanistan serviranno almeno dieci anni; è un logica conseguenza che a questo punto preferiscano spostare altrove le proprie truppe e lasciare ad altri l'ingrato compito.

Se qualcuno però, pensa che gli altri siano le forze sotto l'egida dell'Onu, probabilmente sbaglia.
Gli americani sembrano preferire un'altra soluzione, quella pakistana.
Non pare un caso che le rivolte contro Karzai siano scoppiate proprio mentre si trovava ad un summit Nato, poco dopo aver annunciato una lunga partnership strategica con gli Usa. L'amministrazione americana non sostiene Karzai, e il Pakistan non lo apprezza e ha altri piani.

Tutti gli osservatori riconoscono la mano pakistana dietro le manifestazioni, mano considerata alleata dagli Usa.
Tutti gli osservatori sono rimasti colpiti dalla sostituzione dell'ambasciatore Usa, Zalmay Khalilzad con Ronald Neumann.
Khalilzad, di origine afgana, si è dimostrato un maestro nel cucire alleanze nel complicato patchwork tribale afgano, scegliendo e scartando con cura, dividendo amici da nemici; con le sue riconosciute doti è riuscito a farsi garante della collaborazione tra numerosi signori della guerra; è il vero artefice di quel poco che si è riusciti a fare in Afghanistan per far decollare la politica al posto delle armi.
Ronald Neumann, che lo sostituirà mentre Khalilzad andrà a Baghdad, ha nel suo curriculum solo una solida amicizia con Israele, quanto di meglio per far arrabbiare i musulmani afgani.
Quello che si delinea all'orizzonte è una ridefinizione del quadro politico afgano, operata dai pakistani attraverso la manipolazione degli stessi afgani che cacciarono i russi e misero al potere i Taliban.
Lo schema è noto, ed è composto di scuole coraniche e campi di addestramento, di alleanze con le tribù Pashtun amiche, e di guerra a chi non ci sta.
Karzai lo sa, e anche provato a fare la voce grossa, dicendo che il controllo delle operazioni militari era sotto il suo controllo, e che rivoleva gli afgani rinchiusi a Guantanamo; gli è andata malissimo.
Karzai è in netta inferiorità, ha perso la sponda Khalilzad e non ha fondi, essendo che l'intero Pil afgano è realizzato dalle coltivazioni di oppio sottratte al controllo governativo, ma non a quello degli ex Taliban; eppure basterebbe leggere le interviste agli ufficiali americani sul campo, o leggere i giornali pakistani per rendersene conto. Persino le Ong statunitensi hanno più potere sui ministeri afgani dello stesso Karzai, che quando quando si è lamentato che fossero null'altro che organizzazioni funzionali agli interessi occidentali, e che impieghino tuttora oltre l'80% del loro bilancio per sostenere esse stesse, si è preso dell'ingrato a muso duro, e ha dovuto sostituire il ministro che per primo aveva scritto un rapporto poco lusinghiero sulle Ong. Non è un caso che un bandito abbia scelto proprio la nostra Clementina Cantoni, anche se Care Canada, per la quale lavorava non è la peggiore, il personale delle Ong a Kabul è di norma considerato male.

Tutto questo sui nostri media non esiste, ma nessuno può ignorare che, per esempio a Kandahar, le università afgane sono piene di studenti pakistani, circostanza assurda ed incredibile, mancando l'università di Kandahar non solo delle porte e delle finestre delle aule, ma essendovi rimasto solo un armadio pieno di libri e nulla più.
L'unico plausibile motivo di tale presenza è quello di controllare le scuole e da li muovere alla sollevazione gli studenti. Non a caso le recenti manifestazioni sono state organizzate dall'Hizbut Tehrir, organizzazione musulmana molto forte in Pakistan, di ispirazione elitarista e panislamica, meno fanatica dei Taliban, ma sempre di origine accademica, e con un programma comunque rivolto alla fratellanza musulmana; è il movimento che Karimov, il dittatore uzbeko, ha falsamente accusato per coprire l'eccidio perpetrato dalle sue truppe nei mesi scorsi nella valle di Fergana.
Non a caso le forze di sicurezza di Karzai hanno aperto il fuoco sui dimostranti, pur disarmati.

La questione solleva la preoccupazione dell'India, che ha gia visto aumentare la pressione degli estremisti islamici sulle sue frontiere, ma che non intende inviare truppe a Kabul perché ancora non vi è sicurezza; circostanza confermata dal rinvio sine die della conferenza dei donatori di Londra, che dovrebbe decidere gli aiuti strutturali al paese.
Usare il Pakistan per controllare l'area non è una novità, fin dagli anni '70 i regimi succedutisi ad Islamabad hanno potuto coltivare una politica da potenza regionale godendo della protezione e delle forniture americane, non ultima due mesi fa, quella di moderni F-16. Non a caso gli Stati Uniti hanno mantenuto l'embargo deciso contro i due vicini quando fecero i test atomici, più a lungo nei confronti dell'India, che del Pakistan. Preferendo una dittatura ad una democrazia.

Il problema sorge con il governo Karzai, che a questo punto ha i giorni contati, e con gli alleati che si troveranno a subire i piani, non troppo nascosti, degli americani e di Musharraf.
In questi giorni il nostro contingente parte con le fanfare, esibendo l'onore toccato con il comando, mentre le condizioni sul campo sono pessime ed evolvono in peggio; inutile sperare in un barlume di consapevolezza della nostra classe politica.

Non resta che augurare la miglior sorte al nostro contingente, che rischia di partire con le fanfare e tornare al suono del silenzio, come al solito nell'indifferenza generale fino a che non ci scappa il morto.

mazzetta
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fonte: ReporterAssociati.org

La nuova era dell'intelligence

martedì 05 luglio 2005, 10:45

di  Gianni Cipriani
03 Jul 2005

L'obiettivo è far diventare sempre di più questa materia un terreno di approfondimento e di confronto culturale e scientifico, sottraendola ad approcci di tipo pseudo-poliziesco e ai pregiudizi Chiamiamola pure sfida. Non possiamo conoscerne il risultato finale, ma sappiamo, però, che vale la pena accettarla e impegnarsi a fondo per raggiungere l'obiettivo: far diventare sempre di più l'intelligence un terreno (o una materia) di approfondimento e confronto culturale e scientifico, sottraendola nello stesso tempo ad approcci di tipo pseudo-poliziesco e ai pregiudizi attraverso i quali si cerca di trovare un rassicurante "colpevole" esterno a qualcosa a cui non si riesce a dare una spiegazione compatibile con i nostri schemi precostituiti.

La "guerra fredda", con tutte le sue storture, è finita, anche se qualcuno fa finta di non accorgersene. E quindi, per quanto riguarda specificamente l'Italia, sono venute meno anche le ragioni storiche di vecchie contrapposizioni, pagate dolorosamente da molti cittadini con vere e proprie forme di discriminazione nel lavoro e nella vita sociale. La storia, dunque, non va confusa con il presente. Né bisogna rassegnarsi al fatto che drammi e deviazioni debbano ripetersi all'infinito, solo perché sono accaduti in passato. Oggi siamo di fronte ad uno scenario completamente differente, come quello della globalizzazione e del confronto tra il nord del mondo e un sud sempre più povero, che preme perché sia affermato il suo diritto alla dignità della vita. Governare i processi di intelligence nella globalizzazione è quindi non solo una necessità storica, ma un vero e proprio dovere per chi ha a cuore le sorti dell'umanità. Del resto, proprio perché intelligence significa conoscenza, capacità di previsione e di analisi, è del tutto chiaro che questo strumento può rappresentare la vera e propria alternativa alla filosofia della guerra quale strumento privilegiato per la risoluzione dei conflitti; alle scelte (talora alle non-scelte) politiche che possono provocare catastrofi umanitarie e non solo.

Nel nostro piccolo vogliamo raccogliere questa sfida e cercare di dare un contributo. Tecnico e specialistico, possibilmente svincolato dalle logiche, gli umori e i condizionamenti del dibattito interno, dove l'argomentare è spesso sostituito da affermazioni apodittiche che rispondono solo a logiche di parte. Un contributo necessariamente plurale e senza verità precostituite, proprio perché la cultura dell'intelligence si afferma con il confronto di idee e di approcci diversi, nella attenta valutazione delle ragioni altrui, nell'approfondimento. Per cominciare questa avventura, abbiamo scelto di esordire con un numero zero. Dal prossimo autunno, quando cominceranno le pubblicazioni "regolari" - è bene precisare subito - il trimestrale avrà una diversa forma grafica ed una foliazione un po' più corposa. Tuttavia i drammatici eventi dei mesi scorsi e le polemiche che ne sono seguite, hanno in qualche modo imposto di preparare una monografia sulla vicenda dell'uccisione di Nicola Calipari ad un posto di blocco statunitense in Iraq. Ciò non solo perché la questione non può dirsi affatto conclusa, ma anche perchéè necessario non archiviare un affaire che va ben oltre il dramma della morte del funzionario del Sismi, ma riguarda il modo con cui concepire il proprio ruolo militare, i rapporti con gli alleati, la propria visione del diritto internazionale umanitario e del rispetto delle regole e delle Convenzioni.

La tragedia del 4 marzo, dunque, non può essere ridotta al solo dibattito sulla velocità della Toyota Corolla e sulla (presunta) disattenzione del maggiore Carpani. Ma deve essere contestualizzata con ciò che sta accadendo in Iraq e quali sono le conseguenze, da questo punto di vista, della presenza militare statunitense. Con questo numero zero crediamo di poter fornire un modesto contributo di conoscenza ulteriore. Ad esempio pubblicando alcune statistiche che, da sole, rappresentano la migliore spiegazione del 4 marzo: secondo i nostri calcoli, infatti, Nicola Calipari è stato il 282° civile ad essere ucciso dall'inizio della guerra in Iraq in un posto di blocco gestito dai militari statunitensi. E nonostante la grande eco internazionale che quella morte ha provocato, nei due mesi successivi (i dati sono aggiornati al 30 aprile 2005) altri 29 civili sono morti agli stessi checkpoint. Tutto è continuato come prima o, forse, come se nulla fosse accaduto.Secondo la nostra ricerca, inoltre, risulta che dal 20 marzo 2003, ossia dal giorno di inizio della seconda guerra in Iraq, fino allo scorso 30 aprile i morti ai posti di blocco americani siano stati 311 e i feriti 674. Che significa, grosso modo, che ogni cinque giorni ci sono stati due morti e quattro feriti. Dati - fatto non secondario - che riguardano solo le aree principali del paese, dove le organizzazioni umanitarie, la stampa indipendente e gli ospedali, sono in grado di raccogliere le notizie. Mentre nulla si sa, ovviamente, su cosa sia accaduto nelle aree più periferiche dell'Iraq, lontano da occhi indiscreti. Per cui le cifre possono, semmai, essere sbagliate per difetto. Salvo alcuni rarissimi episodi, nello stesso tempo, non risulta che gli altri contingenti militari presenti in Iraq abbiano provocato morti ai loro posti di blocco

Eppure il rischio che corrono quei soldati non è minore a quello cui sono esposti i militari statunitensi. Sempre dalla nostra ricerca, che in questo caso si basa essenzialmente dai dati che emergono nelle testimonianze raccolte dal reparto di investigazioni dell'Esercito degli Stati Uniti, risulta che ai posti di blocco non raramente si fa uso di proiettili all'uranio impoverito; che molte volte i militari statunitensi - per non correre rischi - non controllano se all'interno di una macchina fermata con i mitragliatori ci siano feriti da soccorrere; che non raramente ai soldati viene dato l'ordine di sparare direttamente sugli occupanti e non prima sul vano motore. Anche l'analisi di questo modus operandi non può non essere considerata per una valutazione corretta di quanto accaduto il 4 marzo. Senza dimenticare che se le indagini della procura di Roma confermassero, come sembra dai primi rilievi tecnici, che a sparare sulla Toyota Corolla sono state più armi, ciò significherebbe che l'intera relazione degli Stati Uniti sarebbe priva di valore, poiché si baserebbe su testimonianze giurate con le quali si è dichiarato il falso.Per una completezza di informazione - e per dare uno strumento ai ricercatori e agli studiosi - abbiamo inoltre deciso di pubblicare nella sezione documenti le due relazioni integrali, senza nessun intervento esterno (escluse le titolazioni) proprio perché ognuno potesse leggere le due versioni e formarsi una propria autonoma opinione. Oltre a ciò, abbiamo pensato che alcuni saggi sulle regole d'ingaggio, il diritto internazionale umanitario, il ruolo degli Stati Uniti in relazione al mondo arabo e il diritto penale militare italiano potessero fornire un utile orientamento per meglio spiegare il contesto nel quale si sono verificate la liberazione di Giuliana Sgrena e l'uccisione di Nicola Calipari.

Nei prossimi numeri - che non saranno monografici - sarà poi utile sviluppare un dibattito sereno e argomentato sui rapimenti di cittadini italiani in Iraq e in Afghanistan e su come sono state gestite le trattative per la loro liberazione. Tema particolarmente infuocato, anche rispetto al possibile aiuto che verrebbe dato alle organizzazioni terroristiche e criminali pagando i riscatti o concedendo contropartite. Vale la pena discuterne, confrontando punti di vista diversi. Personalmente ritengo che il fatto che Stefio, Agliana, Cupertino, Pari, Torretta, Sgrena e Cantoni siano oggi sani e salvi sia da considerare un fatto estremamente positivo. Al contrario, la morte di Quattrocchi, Baldoni e Ayad Anuar Wali una tragedia. In definitiva, con questo numero zero comincia una nuova sfida come quella, anche nel nostro paese, di dare una base scientifica, rigorosa, argomentata e possibilmente partecipata all'intelligence. Promuovere il confronto tra istituzioni, università, luoghi del sapere, professori ed esperti in grado di dare un contributo di conoscenza e di analisi per affrontare ogni singolo problema. Perché l'intelligence non sia questione di pochi, ma diventi interesse dei molti. Nella consapevolezza che in un mondo globalizzato sarebbe fuorviante e puerile rifugiarsi nel particulare, ignorando che tutti i grandi temi sono inevitabilmente intrecciati tra di loro. Non saranno gli egoismi a proteggere il mondo dalle guerre e dal terrorismo, ma politiche condivise, rispettose dei diritti e della dignità umana, capaci di combattere la fame, appianare i conflitti, prevenire le catastrofi, dare la speranza nel futuro a chi quella speranza non ce l'ha più. Se intelligence, come credo, significa poter dare un contributo positivo nell'affrontare anche uno solo di questi problemi, allora avrà davvero un senso aver accettato questa sfida.

Gianni Cipriani
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"Per fortuna che c'ho la camorra..."

martedì 05 luglio 2005, 10:44

di  Sergio Nazzaro
02 Jul 2005

Per fortuna che c'ho la camorra. Non come a Milano e Bologna, dove ormai le coppiette vengono assalite e stuprate da immigrati clandestini, o baristi uccisi, sempre da immigrati clandestini. Qui da noi queste assurdità non accadono mai, perché per fortuna c'ho la camorra. Di guerra non se ne parla più, perché così hanno deciso i giornali a grande tiratura. Ma la guerra del golfo continua. Lo si comprende chiaramente dalle escrescenze di ogni giorno: scippi, rapine, furti, intimidazioni, rappresaglie contro la polizia. Ma questo non fa notizia, soltanto se i "bravi ragazzi" ammazzano un parente di un personaggio famoso, come nel caso di Dario Fo, allora scatta il cordoglio (e i soliti buoni propositi).

Ma in fin dei conti un imprenditore del nord che si oppone al furto della macchina ed lasciato in coma all'ospedale, non è mica sintomo di una guerra in corso. I raid da migliaia di uomini, con elicotteri e altro, l'arresto di qualche Di Lauro sono la risposta (concreta) dello Stato. Ma per fortuna c'ho la camorra e allora si spara nel mucchio in mezzo alla strada. O si scatena la rissa contro la polizia. Un furto nelle strade di Napoli, l'inseguimento. Ma prima di analizzare questo episodio è bene ribadire che il delinquente era stato arrestato pochi giorni prima e subito rilasciato per aver patteggiato la pena. (patteggiare la pena è più facile che patteggiare un aumento di stipendio!) Chissà cosa avranno pensato i poliziotti, sempre ad inseguire gli stessi personaggi: li arrestano, li rilasciano e loro sempre lì a rincorrere gli stessi delinquenti. Forse crederanno di essere finiti in un loop infernale.

La rivolta di un quartiere è poca cosa, che potrà mai voler significare? Che lo Stato non è concetto assolutamente presente, che si difendono dagli uomini con la divisa in blu, coloro che sono sempre pronti a farti un favore, che portano soldi e che ti trovano anche un lavoro, loro i "bravi ragazzi". Perché mai la polizia vuole arrestare questi "bravi ragazzi"? E' giusto che un quartiere faccia barriera per coloro che evitano i veri guai. E poi, su oltre 200 persone in rivolta, alla fine se ne arrestano soltanto qualche decina di soggetti (se va bene) mica puoi arrestare un intero quartiere. Alla solita fantastica e retorica domanda del giornalista serale sulla tivvù sul chi governa realmente in questi posti bisognerebbe spiegarli che governa sempre e comunque lo Stato. Male, ma governa. La camorra non ha pretese di governo sostitutivo: lavora meglio nelle maglie malandate nello Stato.

E poi sempre con questo Stato di mezzo, ma qualcuno conosce veramente lo stato di quartieri come Scampia o piazza Ottocalli? Fanno schifo, ed appartengono allo Stato! Non c'è assolutamente niente di un normale consesso civile, e allora perché la gente dovrebbe difendere lo Stato? Ma con l'estate alle porte e il calore che manda fuori di testa la gente, Napoli e dintorni conquistano sempre le prime pagine, l'eco della rissa non è ancora placato che un agenzia ci fa sapere che a Cercola hanno sparato in mezzo alla strada: feriti una mamma e il figlio. Oggi si accerta che è una questione di famiglia e non un regolamento di conti. Per fortuna che c'ho la camorra e certe cose non le fa gratuitamente. Il clima che si respira non è solo di grande confusione, con una guerra tra clan ancora non conclusa, ma di assurdo assenteismo del concetto di Stato nella testa della gente. Hai un problema? Prendo la pistola e sparo. Tutto qua. Carabinieri, poliziotti, arresto denuncia, prigione, processo, tribunale, giudici, ma che volete che sia. Uno sgarro si ripaga con il piombo. E il giornalista in terra di camorra con un poco di fortuna si può conquistare la prima pagina, soltanto se ci scappasse il morto o almeno il ferito.

Mi spiego: basta affacciarsi dalla finestra e vedere, come se fosse un film, che cosa è una sparatoria in mezzo alla strada. Non è un omicidio premeditato, neanche una grande mossa tra clan rivali, semplicemente uno sgarro che deve essere risolto con il piombo. Loro sono "i bravi ragazzi" così inutili che non sono neanche veri camorristi, ma spacciano droga e rubano e fanno bassa manovalanza. Per fortuna che c'ho la camorra, perché queste cose non le fa. L'aria comincia ad agitarsi, grida che cominciano con il classico "Compà!" (compare nda) che è il classico richiamo alla guerra. Non un vincolo parentale, ma qualcosa di più, il compare è la scelta cosciente di un compagno di vita e di galera. Sguardi duri, bestemmie, parenti che accorrono, una mamma che ne ha viste ormai troppe di situazioni di questo genere accorre allarmata, ma anche con un senso di sollievo. Se non ci fossero più i colpi di testa dei figli, forse la sua vita non avrebbe senso. Arrivano i rinforzi, gli spettatori sono tutti alle finestre, le armi finalmente escono fuori. Da dove? Beh non faccio il poliziotto. Pistole ed anche fucili, il momento dello scontro e vicino, si caricano le armi e poi si comincia a sparare. Qualcuno avrà chiamato la polizia? Si devono sentire prima i colpi per capire che forse sta succedendo qualcosa di grave e non è la solita rissa? Comunque lo scontro comincia, e i contendenti devono dimostrare come animali nella giungla che nessuno retrocede. Dopo un poco (ma chi può definire questo lasso di tempo) ecco che arrivano i nostri con i giubbotti antiproiettili, tutti fuggono. E alla fine le macchine delle forze dell'ordine ripartono con nessuno dentro.

Ebbene sì, nessuno viene arrestato. Ma le forze dell'ordine conoscono i loro polli e li prenderanno con calma. Come la mattina precedente: tre macchine dei carabinieri (9 stipendi) entrano nel parco per prendersi uno dei "bravi ragazzi" di cui il curriculum recita: tentato omicidio, rapina, furto, riciclaggio. La sera era già di ritorno a casa. Ma scusatemi, chi impedisce che la vostra macchina, nel vostro quartiere non venga rubata a questo punto? La risposta è ovvia. E loro, ahimè gli uomini in divisa sono di nuovo nel loop ad inseguire sempre gli stessi personaggi, che la sera tornano sempre a casa. Ma per fortuna c'ho la camorra che non fa succedere stupri contro le donne. Ci sono le rivolte contro la polizia, si spara nelle strade, a volte capita che un ragazzo di 17 anni scompaia e lo si trova morto (Enrico Di Monaco, S.Maria Capua Vetere), ma succede alle ragazze (Romina Del Gaudio, Aversa) ma se sono questioni di camorra si spiegano da sole, altrimenti da noi non accadono queste cose. Si muore di cancro più che da altre parti per tutti i rifiuti tossici sotterrati dovunque, ma qui stupri in pieno giorno non accadono. Qualche rapina, qualche volta un vecchio pensionato scippato muore, ma niente più di tanto. E se sei fortunato da queste parti hai anche un lavoro regolare di 8 ore in busta paga, ma poi lavori 12 ore al giorno, il sindacato non lo devi neanche nominare, l'ispettorato del lavoro si sa sempre quando arriva così ci si organizza molto prima, e se vogliono ti licenziano quando vogliono perché ti rifiuti di lavorare anche il sabato. E poi se sei fumatore ti tolgono mezz'ora al giorno così, perché le regole vanno rispettate. Da parte tua. C'è crisi e bisogna stringere i denti. I nostri soprattutto.

Ma per fortuna c'ho la camorra. Chi mi ama mi dice di stare attento, ma non ho timore di scrivere, perché non ho detto mica che per fortuna c'ho lo Stato che difende i miei diritti e mi fa sentire più sicuro. Mica sono fesso. Mi affaccio alla finestra e aspetto la notizia che mi darà la prima pagina:
Figlio. "Ieri hanno sparato sotto casa!"
Padre. "Peccato che non si sono ammazzati tra loro!".

Il giorno dopo.
Mi sveglio, il parco è invaso di carabinieri in borghese armati che vanno alla ricerca degli autori della sparatoria del giorno prima. Un bell'assedio: caff�e pistole. La tipica colazione del Sud. Cerco di uscire, le macchine bloccano il passaggio.
"Devo andare a lavorare".
"Non si può passare, è in corso un'operazione".
"Ma così arrivo in ritardo, e sono anche fumatore!".
"Smetta è meglio".

Sergio Nazzaro
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fonte: ReporterAssociati.org

Europa: quando i francesi dicono "merde"

martedì 05 luglio 2005, 10:41

di Liliana Adamo
01 Jul 2005

A proposito del "No" francese al trattato costituzionale europeo, leggo sul settimanale Espresso: … Sono piuttosto pro-europeo. Sono entrato nella cabina elettorale e ho scritto "Sì". Poi ho fatto la coda davanti al presidente del seggio. E lì ho pensato: mi hanno già fregato una volta con Maastricht; ci hanno fatto votare "Sì" promettendoci mari e monti, a cominciare dalla fine della disoccupazione. Sono disoccupato. Ho detto"merde" e ho cambiato il voto sulla scheda mettendo la croce sul "No".

Quante sono le ragioni del "No"? Molteplici e differenti. Ma soprattutto, per quale motivo indire un referendum basato tendenziosamente sull'approvazione di un trattato costituzionale, un testo come un altro, uno scritto contorto e mediocre, che nessuno pretende di leggere e meno che mai capendone il contenuto? Dove voleva arrivare Monsier Chirac, vittima, suo malgrado, di un incalcolabile autocompiacimento, a cosa mirava se non a chiudere in bellezza il suo mandato? Interrogativi ormai superati, rimasti sospesi a mezz'aria; in altri paesi, come l'Italia, si è passato facilmente alle vie di fatto, con una semplice ratifica parlamentare. In Spagna, il 75% degli Spagnoli hanno votato "Sì" per una sorta d'europeismo senza termine, ma neanche il 10% di quella percentuale, ha sbirciato una sola riga del testo costituzionale. Una boutade, il referendum francese, poiché le questioni profonde non sono abbozzate nero su bianco su un pezzo di carta, ma risiedono altrove. E, da un gesto insensato, Chirac ha ottenuto un'irrimediabile cantonata.

Riconduciamoci alle ragioni di un "Sì" negato e, a questo punto, privo d'effetto. Ragioni che non erano contrapposte a quelle del "No", ma, per lo meno convenienti a setacciare i germi di un revival campanilista tanto caro ai singoli stati e staterelli, che sanno raccogliere dall'UE per seminare nei propri orticelli. Fra i maggiori promotori dell'Unione Europea, ex presidente, avvocato e scrittore, antagonista del dittatore Antonio Salazar, membro del Parlamento UE, Mario Soares, nel 1985, ha negoziato l'entrata del Portogallo nella Comunità. Lapidario il suo commento al "guazzabuglio francese", come lui stesso l'ha definito: nessun europeo deve trascurare che l'Unione rappresenta un punto di riferimento irrinunciabile per tutti gli altri continenti, e le sue non sembrano parole infarcite di retorica. Chi ha bisogno oggi dell'Unione? Gli Europei, certo, ma soprattutto gli altri, a cominciare dai paesi dell'area mediterranea e del Medio Oriente; inequivocabile, invece, il rigetto della Gran Bretagna, che ha rinviato "a tempo indeterminato" il referendum sul trattato, con il consueto senso pratico e un atteggiamento che non lascia adito a dubbi. A Bruxelles e dintorni, malessere e frustrazioni crescono.

Cosa c'è che non va in quest'Europa? Il filosofo francese, Andrè Glucksmann, ribatte che noi, la crisi economica l'abbiamo da vent'anni; piuttosto quel che è assente alla condizione europea è l'input concettuale più che economico, l'azione culturale, anzichè politiche selvagge. In altre parole siamo privi di un'identità precisa e della capacità, in special modo da parte francese e tedesca, di assumere la scelta europea, fatta di mercato unico ma anche d'autodeterminazione.

C'è un'altra questione da non sottovalutare: nel marasma d'argomenti, equamente dibattuti dalle destre ultra-nazionaliste e dalle sinistre, moderate o radicali, è lampante il rifiuto totale dei paesi dell'est europeo. Glucksmann scomoda addirittura"una Yalta bis. La separazione in due dell'Europa"
Si deve proprio al presidente francese aver riconosciuto a quei paesi il valore e il protagonismo cui abbiamo l'obbligo di ravvisare. Agli inizi dell'occupazione irachena, quando la Francia era contrapposta agli Stati Uniti, non era concesso loro neanche il diritto di parola. Gli elettori del "No" si sono schierati contro quest'Europa a 25 e a sfavore della Turchia, al suo ingresso nell'Unione. E' chiaro che un'Europa a 25 si allineerebbe con gli Usa a discapito della propria autodecisione e qui gli elettori non hanno peccato di genericità, come molti sostengono, ma si sono dimostrati molto più acuti e coerenti dei sostenitori del "Sì".

L'Europa atlantica del liberismo indiscriminato e senza principi di solidarietà non piace a nessuno, quindi, meglio un contenimento che un'espansione. "La fibra anticapitalista come la fibra antiamericana sono all'origine del rigetto del trattato…Avevamo pensato l'Europa come un triplo contratto antinazionalista e antifascista (e quindi antisciovinista e antinazionalista), anticortina di ferro e anticolonialista. Oggi tutto ciò è dimenticato e rinnegato. Si è perso il senso dell'Europa. Per questo oggi la comunità europea ingoia il suo atto di nascita".

Che accadrà ora, quali ripercussioni e nuovi sviluppi si attendono dai vari Consigli dell'Unione? La voce dei dissenzienti (Cobas, Attac, in prima linea e parte dei movimenti europei), non si è fatta attendere, con richieste molto precise: ritrarre le direttive sulla liberalizzazione (per quanto concerne le disposizioni "Bolkestein", migliorare gli orari di lavoro, gli aiuti pubblici alle imprese, rimodernare i trasporti e così via…). Attuare una modifica della politica monetaria, diminuire i tassi d'interesse, equilibrando il cambio tra dollaro ed euro per favorire quest'ultimo. Ridisegnare i parametri del cosiddetto patto di stabilità. Aumentare il bilancio europeo e dei fondi strutturati destinati a quei paesi appena entrati nell'UE, invece d'incoraggiare il cosiddetto "dumping" sociale. Creare nuovi posti di lavoro, attraverso investimenti seri nelle infrastrutture pubbliche e nella tutela dell'ambiente. Annullare il debito estero nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, porre fine ai presunti "paradisi fiscali per far pagare le tasse a tutti, non soltanto ai lavoratori dipendenti. E, soprattutto, ritiro immediato dall'Iraq degli stati membri.

Mario Soares, è consapevole che, nelle migliori delle ipotesi, il trattato costituzionale dovrà essere nuovamente patteggiato e teme le conseguenze di un rallentamento nel processo di costruzione europea; perché il resto del mondo si è messo in moto ad una velocità tremenda con conseguenze troppo spesso negative, tornare indietro è un lusso che l'Unione Europea non può concedersi. Il voto di protesta (come lui sostiene), è una realtà contro i governi europei che pensano all'UE come pretesto per imporre quella globalizzazione neoliberista così dominante ed incapace di comprendere e difendere i progetti alternativi. Soares è perfettamente cosciente di ciò, come lo sono, in parte, anche quanti hanno preferito il "Sì" al referendum-boutade francese. Quello europeo, nonostante tutto, "resta il progetto politico più originale e fecondo della storia contemporanea…Un progetto di pace, nato per volontà degli stati…Basato sul rispetto reciproco e l'uguaglianza tra i paesi membri, sul progresso sociale e sul benessere della popolazione, con una dimensione ambientale essenziale, con giustizia e solidarietà sociali…". E termina che tutto questo non può arrendersi davanti all'espressione congiunturale di un trattato costituzionale, ma, come abbiamo visto, le ragioni vanno oltre.

Liliana Adamo
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fonte: ReporterAssociati.org

3 Luglio 2005. Elezioni in Albania

martedì 05 luglio 2005, 10:39

di Nardino Cosmai
30 Jun 2005

ELEZIONI PER IL FUTURO...
Tirana, 30 Giugno 2005. Migliaia di loro hanno abbandonato il nord, Scutari, oppure Lezhe o Tropoja che è il paese dell'ex presidente Sali Berisha. Un solo obiettivo, quello di raggiungere il porto di Valona nei luoghi di partenza delle imbarcazioni cariche di emigranti che la notte spessa e lugubre, trasformerà presto in clandestini. Quel nord dell'Albania che viene spesso descritto come zona franca, con razzi anticarro che vengono fatti esplodere nel pieno centro di Bajram Curri, nel distretto di Tropoja lo scorso aprile.

E questo episodio la dice lunga sulla presenza delle istituzioni. Tutto lasciato in mano al crimine e trascinare la popolazione nel terrore e nella totale povertà e diventare strumenti di scambio. Ed ecco perché la polizia di Tropoja è costretta a dichiarare l'impossibilità a volte, di effettuare arresti di latitanti in quanto sono difesi e sostenuti da personaggi politici e deputati collusi con la criminalità. Anche questo è un motivo che spinge migliaia di giovani a lasciare i loro paesi del nord. Fuggono dall'arroganza del potere politico fortemente corrotto e incapace di interpretare i reali bisogni della gente, per fuggire dal crimine che sostituisce l'autorità. Jakobin Game, 24 anni, proviene da un paese del nord dell'Albania e racconta di come ha lasciato la sua terra e trasformarsi in clandestino. In lui la voglia di lasciare l'Albania per poter intravedere un futuro migliore, ma anche con la speranza di tornare appena possibile.

Tentare l'attraversata per raggiungere la costa italiana, lo rendeva particolarmente euforico e ansioso di raggiungere per tempo il luogo di raccolta per contattare la persona che si occupava di smistarne i gruppi da imbarcare. Il compenso pattuito per essere trasportato fino alla costa italiana, lo avrebbe consegnato subito: l'equivalente di un un milione e duecentomila lire. Jakobin e altri gruppi di persone, arrivati a Valona venivano stipati dentro villette ancora in costruzione sul lungomare; un luogo non lontano dal porto.

Dovevano passarci almeno due o tre giorni chiusi dentro, nell'attesa di un cenno per potersi imbarcare. Le attese infinite passate sdraiati sui materassi buttati a terra, servivano a far riprendere almeno un minimo di forze. Erano giacigli improvvisati che lasciavano impressa la pesantezza del loro passaggio in questi luoghi anonimi che ridisegnavano innumerevoli impronte della loro fatica insieme alle tracce di sudore dei corpi. Un segnale e subito dopo Jakobin e gli altri uomini donne e bambini erano già pronti a raggiungere la spiaggia per affrontare l'attesa snervante accovacciati nella sabbia umida della notte. Un'attesa che si mischiava alla paura di essere scoperti dai controlli militari e costretti a tornare indietro col tempo. Per Jakobin, che allora aveva 18 anni appena compiuti, salire su un gommone significava consegnare la propria vita nelle mani di gente senza scrupoli e affidarla al caso.

La speranza per lui , come per gli altri, era però di poter sbarcare dall'altra parte del "muro". Un muro che fino a quel momento poteva superare solo attraverso le immagini dei suoi sogni. Il viaggio in una notte gelida, sul quel gommone stipato fino all'inverosimile, con i bambini che tremavano dal freddo e dalla paura, stretti al petto delle loro madri per tenerli al caldo. Ecco, quel viaggio, dava bagliore ai suoi occhi stanchi per poterli in un secondo momento, spalancare verso nuovi orizzonti. Nei loro sacchetti colmi di oggetti, si intravedeva la provvisorietà ma anche una traccia delle aspettative per un presente più agevole e la speranza di un ritorno per un futuro migliore. A volte il tempo però non si pronuncia mai in favore dei più sfortunati, infatti quella notte non prometteva bene. Jakobin mi riferisce che nonostante il porto di Valona veniva considerato come un luogo molto controllato dalla polizia carabinieri e guardia di finanza, le sue spiagge erano comunque ambite per gli imbarchi clandestini.

Nonostante la spiaggia si trovasse a circa 30 metri dall'albergo dove aveva sede il quartier generale della finanza italiana e dei carabinieri, i gommoni riuscivano spesso a partire con il loro carico di esseri umani. Poche ore di mare con interminabili riverberi che dalla superficie dell'acqua accevacano gli occhi. Poi all'improvviso le coste pugliesi, verso Taranto. Lo sbarco avvenne una decina di minuti prima di un forte temporale. Se li avesse colti in mare, avrebbe lavato tutti i loro sogni eliminando traccia del proprio passaggio. Come alcune volte è successo seminando morte disperazione e rabbia. Nascosti in un boschetto nell'attesa dei complici albanesi e italiani, poi il successivo trasporto a Bari a bordo di furgoni e perfino di taxi. Ma di quaranta, solo dieci di loro riuscirono a dileguarsi, perché gli altri furono scoperti quasi subito ancora dentro i furgoni lungo il percorso e altri bloccati nei pressi della stazione ferroviaria di Bari.

Nardino Cosmai
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fonte: ReporterAssociati.org

Chiuso reparto di maternità le ostetriche sono tutte incinta

venerdì 01 luglio 2005, 21:50
Quando si dice i casi della vita. In due ospedali dell"Hampshire (Sud Inghilterra) i reparti maternità hanno dovuto appendere il cartello chiuso. La motivazione è curiosissima. Le ostetriche sono quasi tutte incinte.

La decisione è stata presa dopo aver escluso un dirottamento di personale dall'ospedale principale di Portsmouth ai due minori attualmente sprovvisti di levatrici. "Con l'organico ridotto ai minimi termini non siamo in grado di garantire alle partorienti un buon servizio", ha dichiarato il capo delle ostetriche Donna Ockenden, spiegando anche che hanno provato a rimpiazzare le assenze offrendo contratti a termine a nuove ostetriche, ma l'iniziativa ha riscosso scarso successo.

Dalla direzione sanitaria di Portsmouth fanno sapere che la chiusura è temporanea e la decisione sarà rivista tra sei mesi, cioè la durata minima del congedo per maternità.

 

fonte: TiscaliNews 

Poste Usa: pacco con vibratori in funzione, scatena panico da bo

venerdì 01 luglio 2005, 21:48
Si sono vissuti momenti di panico in un ufficio postale di Bluffton nella Caroline del Sud negli Stati Uniti. Tutto è successo quando all'improvviso un pacco postale ha incominciato a tremare e a fare uno strano rumore gli impegati si sono spaventati e temendo si potesse trattare di una bomba hanno fatto scattare immediatamente il piano di evacuazione dell'ufficio.
Tutti impiegati e semplici cittadini sono stati fatti uscire immediatamente. Nel frattempo è starta avvertita la squadra speciale degli artificieri dell'Fbi. Sul posto sono accorse anche ambulanze, medici e i pompieri. Una scena da film poliziesco.
Una volta svuotato l'ufficio gli artificieri sono entrati in azione hanno prelevato il pacchetto, e lo hanno aperto con estrema cura. Una volta aperto sono rimasti di stucco perchè all'interno non c'era nessuna bomba ma due vibratori che si erano semplicemente messi in moto da soli.
 
fonte: TiscaliNews 

ET va a scuola in Campania. Molti i testimoni che sostengono di

venerdì 01 luglio 2005, 21:46
Esistono gli extraterrestri? Il preside di un liceo campano, e almeno 30 dei suoi studenti, sostengono di si. Ne hanno avuto conferma lo scorso 28 aprile 2005 quando, alle 11.40 circa, nei corridoi dell'istituto, hanno visto aggirarsi per i corridoi della scuola una strana creatura, completamente nuda e dotata di artigli al posto delle mani. I testimoni che hanno avuto modo di vedere l'umanoide hanno detto di aver vissuto un'esperienza a dir poco incredibile e per questo motivo, almeno per ora, hanno scelto di restare nell'anonimato.
Multimedia Le nuove foto di Marte
"Al momento del contatto - ha spiegato A. V., preside del liceo - preso dal panico sono fuggito, e la creatura ha fatto altrettanto. Nel fuggire la creatura si è tuttavia palesata ad altre persone, 30 studenti che l'hanno vista distintamente mentre correva". "I giornali - ha commentato il rettore - non hanno voluto diffondere le informazioni e le autorità statali alle quali ci siamo rivolte hanno ispezionato la scuola ma, non trovando niente, ci hanno ignorato, ridendo alle nostre affermazioni quasi fossero delle assurdità".
Nel frattempo, una nuova fotografia rilasciata dall'Agenzia spaziale europea, scattata da una sonda in orbita attorno a Marte, ha evidenziato alcune strutture che, per diversi appassionati di ufologia e archeologia misteriosa, sarebbero quanto resta di un antico popolo scomparso molto tempo fa. Secondo lo studioso Richard Buchli, il primo a porre in rilievo le anomalie della foto, ritiene che la struttura somigli tantissimo ad un teschio umano.
Osservando meglio la foto, tuttavia, ci si rende conto che il teschio altro non è che un ammasso di pietre. La fantasia di pochi sembra comunque aver contagiato il mondo e, in breve, moltissimi siti hanno iniziato a parlare del misterioso popolo marziano, scomparso o forse semplicemente spostatosi verso una nuova casa, la Terra!
 
fonte: TiscaliNews 

Rapina una pizzeria, ma lascia il suo nome e cognome: arrestato

venerdì 01 luglio 2005, 21:45



E' l'ennesimo caso di ladro maldestro. A Las Vegas un uomo Alejandro Martinez, 23 anni si è presentato pistola in mano in una pizzeria e ha compiuto rapina. Ma ha compiuto un grossolano errore che ha permesso alla polizia di risalire e lui e di arrestarlo. Infatti l'uomo prima compiere la rapina si è presentato e ha chiesto un modulo per l'assunzione di personale.

In attesa del momento propizio per tirare fuori la pistola e compiere la rapina lo ha compilato scrivendoci anche con bella calligrafia il suo nome, cognome e indirizzo. Una volta compilato il modulo e con la pizzeria sgombra di clienti l'uomo ha tirato fuori la pistola ha compiuto la rapina (gli ha fruttato appena 200 dollari) ed è fuggito con la sua auto. Convinto di averla fatta franca. Un paio di ore dopo infatti la polizia si è presentata a casa sua ha suonato al campanello e lo ha arrestato

fonte: TiscaliNews 

E' l'Alba!

venerdì 01 luglio 2005, 21:21
Jorge   Jul 1, 5:06 am     show options

Oggi è finita per tutti.
A casa si va e non si torna più.

Ed è un peccato, perchè, nel bene e nel male, non era solo un anno buttato
via.
Finisce il lascito della stecca, finisce un mondo che oggi non va più di
moda perchè anacronistico.
E' finito da tempo l'orgoglio dei ragazzi della Fanfara della Tau, che a
casa non ci andavano mai perchè i fine settimana erano sempre in giro a
suonare, ora l'inno dei coscritti piemontesi lo cantano stancamente i vfb.